LA PETIZIONE DA FIRMARE

lunedì 17 novembre 2008

Finti precari, il giudice condanna l’azienda


TRENTO.
Cento mila euro tra ferie non godute, tfr non versato e riposi saltati. E’ quanto dovrà pagare una cooperativa piemontese a cinque lavoratori trentini che hanno avviato una causa di lavoro per vedere riconosciuto il proprio inquadramento contrattuale. Per anni hanno contato milioni di euro dentro una sala da conta in corso Buonarroti. Ufficialmente erano dei co.co.co, in pratica non svolgevano alcun lavoro a progetto. Secondo il giudice, dunque, vanno pagati come lavoratori subordinati.
Questo significa rivedere completamente il contratto, con obbligo per la cooperativa di versare tutto quanto non pagato tra il 2001 - anno di inizio della collaborazione - e il 2003 quando i lavoratori smisero la loro occupazione.
Definire un «progetto» (elemento essenziale dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa) l’attività di conta quotidiana di migliaia e migliaia di banconote per poi riordinarle in mazzette e riconsegnarle agli agenti del trasporto valori sarebbe quanto meno forzato. Eppure era quello che per due anni questi cinque trentini - di età compresa tra i 20 e i 25 anni - hanno fatto come lavoro. Assunti come collaboratori parasubordinati dalla coop, i cinquie passavano otto ore della loro giornata nascosti in una sorta di bunker in corso Buonarroti, spiati senza sosta da alcune telecamere che ne controllavano ogni movimento. Lì dentro, in quella sala blindatissima, ogni giorno passavano milioni di euro in banconote di ogni taglio. Loro, i giovani lavoratori, dovevano riordinarle e contarle e poi restituire ai portavalori per il deposito in banca. Il denaro era di proprietà dei maggiori supermercati trentini e di alcune banche che lo consegnavano alla cooperativa per la conta e poi se riprendevano.
Per due anni, i cinque ragazzi hanno lavorato giorno e notte nei locali messi a disposizione dal datore di lavoro, soggiacendo al potere direttivo dell’azienda che - per motivi di sicurezza - li «spiava» di continuo. Finché, nel 2003, la cooperativa perse l’appalto sulla piazza di Trento ma lo vinse su quella di Bolzano. Chiese, allora, ai cinque di trasferirsi ma la trattativa non andò a buon fine e ai cinque «co.co.co» venne dato il benservito. I lavoratori si sono rivolti all’avvocato Gennaro Romano - il quale ha avviato una causa per dimostrare che quel rapporto di lavoro non aveva nulla della collaborazione, ma aveva tutto del rapporto subordinato. Dopo quattro anni di battaglia in tribunale, i cinque ragazzi l’hanno spuntata. A loro l’azienda - che ha sempre sostenuto la conformità al contratto dell’attività svolta - dovrà versare una cifra vicina ai 100 mila euro come risarcimento per tutti i diritti negati in due anni di contratto.

I precari non fanno mai tredici

Ancora ieri il ministro del Welfare Sacconi diceva: “Non ci possiamo permettere la detassazione delle tredicesime, che ha un costo molto consistente”, ora invece pare che il provvedimento rientrerà nel pacchetto di misure per affrontare la crisi.

Lo abbiamo già scritto nei giorni scorsi, non si tratta della migliore idea possibile, perché è una misura circoscritta e non strutturale, che nella migliore delle ipotesi esaurirà i suoi effetti sulla domanda dopo le prime settimane di gennaio, e nella peggiore non rilancerà i consumi perché i consumatori o la impiegheranno per ovviare ai buchi di bilancio familiari o la tesaurizzeranno nel timore (non del tutto infondato) che stiano arrivando tempi cupi.

Inoltre, detassare le tredicesime significa dare una mano ai lavoratori garantiti, che pure sono tanti e ne hanno bisogno, ma significa anche dimenticarsi degli oltre 4 milioni di lavoratori precari che la tredicesima sanno vagamente cos’è perché qualche volta l’hanno sentita nominare dai loro genitori, ma loro non l’hanno mai vista. Il governo dovrebbe sforzarsi di tagliare spese inutili, quelle della politica come i rimborsi elettorali per esempio, per abbassare le tasse sul lavoro in maniera stabile.

Detto questo, in mancanza d’altro gli italiani apprezzeranno anche la detassazione delle tredicesime, meglio se accompagnate da un allargamento degli ammortizzatori sociali per chi non è assunto, perché con l’aria che tira e con il tempo perduto sinora va bene pure quella come misura di emergenza. Ma Tremonti non speri di cavarsela solo alleggerendo il Natale degli italiani, perché già alla Befana saremo punto e a capo.

ROMA: DAMIANO, PRECARI A CASA CON FINANZIARIA BRUNETTA-TREMONTI


Dichiarazione di Cesare Damiano, Viceministro del Lavoro del governo ombra del Pd

“Le scelte politiche non sono neutrali, hanno le loro concrete e drammatiche conseguenze. Lo sa il Ministro Brunetta che a Roma l’eventuale approvazione della prossima Legge Finanziaria, segnatamente l’Art. 37-bis, avrebbe degli effetti immediati e drammatici su 450 lavoratrici e lavoratori, che dopo anni di lavoro precario per l’amministrazione capitolina vedrebbero svanire la possibilità di essere stabilizzati?
Queste lavoratrici e lavoratori da anni garantiscono l’erogazione di servizi essenziali alla cittadinanza, come ad esempio l’assistenza sociale alle fasce più deboli della popolazione. E’ doveroso per noi, e dovrebbe esserlo per gli amministratori locali che hanno la responsabilità della qualità e del funzionamento dei servizi del Comune di Roma, sostenere la battaglia per la stabilizzazione di questo personale. Cosa ne pensa il Sindaco Alemanno?
L’esempio di Roma può essere moltiplicato per gli 8.000 comuni d’Italia. In un momento di crisi grave come l’attuale le scelte del governo aggiungono nuova disoccupazione, mentre, a livello globale la politica si interroga sul modo migliore di fermare la recessione e tutelare l’occupazione.

Brunetta, quando le bugie hanno le gambe corte

A volte i troppo furbi fanno la fine del topo con il gatto. Nella categoria dei furbissimi si è autoiscritto il ministro Renato Brunetta. Ogni giorno fa sentire la propria voce. Ogni giorno una sparata contro i “fannulloni” e il sindacato che li difende. Il sindacato naturalmente è la Cgil. Insieme a lui anche un altro ministro, Maurizio Sacconi, passa il proprio tempo a lanciare frecce avvelenate contro il più grande sindacato italiano. E' diventato uno sport di marca berlusconiana il tiro al bersaglio contro il segretario generale, Guglielmo Epifani. Anche la Annunziata, giornalista arcigna con alcuni, bonaria con altri, ha provato nella sua mezz'oretta televisiva a far apparire un uomo che rappresenta circa sei milioni di lavoratori, pensionati, precari e disoccupati, come un isolato, anche nel suo partito di riferimento, il Pd, oltre che dalla Cisl e dalla Uil di Bonanni e Angeletti. Così come ha provato a fargli dire che lascerà il sindacato per presentarsi alle elezioni europee. Un modo come un altro per screditarlo di fronte ai lavoratori, proprio mentre l'organizzazione che dirige è impegnata nella preparazione dello sciopero generale di dicembre. Ma Brunetta supera tutti. Addirittura lancia un grido di dolore quando afferma che i fannulloni sono di sinistra. A lui dispiace dirlo perché, strepita, “io sono uno di sinistra, sono socialista”. Per carità di patria lasciamo perdere i socialberlusconiani di marca P2. Però una domanda al Brunetta la vogliamo fare. Come fa a dire che i fannulloni sono di sinistra? Epifani gli ha risposto: “ O porti le prove o sei un bugiardo”. Diamo un seguito alla domanda del segretario della Cgil. O il ministro è un bugiardo e questo nelle file dei berluscones non è un peccato ma un merito, oppure dice la verità. In questo secondo caso avrebbe schedato i lavoratori, preparando le liste di proscrizione come veniva fatto alla Fiat negli anni bui. Allora era la grande azienda di Gianni Agnelli a “punire” i comunisti della Fiom, li relegava al reparto “0”, una specie di confino come per gli esiliati politici durante il fascismo. Scelga il Brunetta ciò che più gli aggrada. In merito al suo socialismo, non possiamo che ricordare che anche Mussolini veniva da quel ceppo.






L'onda che ci travolge



I numeri sono secondari: 200mila, 300mila, 500mila. Il punto è che ci sono e sono tanti. Il punto è che oggi hanno invaso la capitale e lo hanno fatto per ricordare al governo che stanno tutti uniti, "Insieme per il futuro del paese", perché, dicono da settimane e hanno ribadito anche oggi, "noi la crisi non la paghiamo". Chiedono all'esecutivo di far retromarcia sui tagli alla ricerca, all'università e alla scuola, che strozzano la formazione degli studenti ma anche i tanti precari che in questa stessa formazione investono la loro vita. In una condizione di labilità lavorativa che li rende quasi simili a missionari, sacrificati e sfruttati per amore di una professione e di uno studio a cui non corrispondono la stessa tutela nella certezza del lavoro e della retribuzione. Eppure mandano avanti il mondo accademico e, con esso, l'intero Stivale. Ma pare che questo non basti. Allora sono scesi in piazza e in strada assediando il centro di Roma, pacificamente, con quattro cortei diversi. Quello convocato dalla Cgil e dalla Uil -doveva esserci anche la Cisl ma pare sia stata piuttosto rassicurata dalla ministra Gelmini e ha scelto, a poche ore dall'appuntamento, di sfilarsi- che è partito dalla Bocca della Verità per confluire a piazza Navona con i comizi dei leader a concludere. Di fatto i due sindacati che dal faccia a faccia con la responsabile all'istruzione hanno portato a casa il convincimento che la disponibilità ad un confronto, previo ritiro della mannaia economica, non esiste proprio. Gli studenti invece si sono organizzati articolatamente in tre appuntamenti distinti nelle varie aree cittadine, partendo da La Sapienza in zona S.Lorenzo, da Roma Tre ad Ostiense e da piazza della Repubblica, dove si sono riuniti gli studenti medi e quelli proveniente dal resto dell'Italia. Insieme, mescolandosi, hanno sfilato per il centro -da piazza dei Cinquecento e giù per via Cavour fino a piazza Venezia- per poi spezzarsi in due tronconi: uno approdato davanti a Montecitorio e l'altro al Senato. E per le vie adiacenti al palazzo della Camera e palazzo Chigi hanno continuato a sfilare ininterrottamente dalla mattina al tardo pomeriggio. A vederli camminare insieme per le vie di Roma si prova un'istintiva solidarietà, non patetica ma vitale perché si alimenta della loro rabbia, che fa sembrare questa protesta poco retorica e molto concreta. Politica nella sua impoliticità, nella sua lontananza dai partiti verso cui il movimento di scuole e atenei vuole mantenersi impermeabile. Ricercatori precari, universitari, alunni, venuti dal Nord al Sud del paese ma anche dal resto del mondo (gli studenti Erasmus c'erano e nei giorni scorsi si sono fatti sentire al di fuori dei confini nazionali, come del resto anche oggi a Parigi o Madrid), si confondono in un fiume colorato dove non manca il sarcasmo verso la classe politica: Berlusconi, Tremonti, Gelmini, Brunetta sono i target principali di slogan e striscioni. Premiare il più intelligente è difficile, ma molto in voga è un semplice "Berlusconi se hai i capelli lo devi alla ricerca" oppure "L'onda non si arresta, il sapere non si acquista". Nel loro cantare non manca la disillusione verso la politica, sebbene questa protesta ne sia imbevuta. Quale maggiore politicizzazione del chiedere che siano garantiti istruzione pubblica e diritto al lavoro, stabile e degnamente retribuito, soprattutto all'interno degli atenei? Non è politica nel senso stretto del termine, ma difesa dei propri bisogni concreti e dei propri diritti: politica nel senso nobile di speranza del futuro, che si vuole costruire insieme e che non si accetta di veder calato dall'alto, in particolare poi quando viene fatto con misure restrittive, dal punto di vista economico e non solo. Perché? Perché il futuro è loro, dicono. La scia dei giorni scorsi, di quello che è accaduto in piazza Navona è ancora presente. La violenza dei neri di Blocco studentesco, indisturbati protagonisti, in occasione della recente manifestazione davanti al Senato, di un vero e proprio assolto agli studenti, è una ferita aperta. Non a caso, non senza coscienza, appena arrivati davanti Montecitorio i cori della piazza lanciano un messaggio chiaro di antifascismo oltre che di legalità: "ora e sempre Resistenza", gridano, insieme alla richiesta di "fuori i mafiosi dal parlamento". In molti, poi, sono ancora scossi dalla sentenza di ieri per la mattanza alla scuola Diaz nei giorni del G8 2001: "La Diaz non si dimentica" hanno scritto gli universitari de La Sapienza. Mentre altri colleghi chiedono da uno striscione "sciopero generale subito". Il 12 dicembre saranno accontentati dalla Cgil. Il cui leader, questa mattina da piazza Navona, ha commentato con amarezza l'assenza del sindacato cattolico alla manifestazione oltre che il tentativo in atto, da parte di Governo e Confindustria, di chiudere nell'angolo la più grande organizzazione sindacale, con l'intento di assaltare la diligenza del mondo del lavoro, dai rinnovi contrattuali del pubblico impiego alla riforma del contratto nazionale. "Chi non c'è sbaglia. Ogni volta che provano ad isolarci gli va male però persistono", ha detto Epifani, ricordando anche che "perseverare è diabolico" e "le bugie hanno le gambe corte". Un monito quest'ultimo all'ostinazione con cui il segretario cislino Bonanni ma anche quello della Uil Angeletti negano l'incontro ad excludendum verso la Cgil avuto a palazzo Grazioli martedì, con il premier e la presidente degli industriali Marcegaglia. Secondo il segretario, poi, "c'è una richiesta forte di riforme e non di tagli. La Gelmini continua a ripetere che noi non vogliamo le riforme. È lei invece che pensa di contrabbandare per riforma una politica di soli tagli. Apra una vero confronto e vedrà che noi saremo disponibili". I due cortei non hanno marciato insieme, ma i protagonisti si sono comunque mescolati tra loro. Osmoticamente, in modo aperto, come è caratteristico di questa onda di protesta. Tra loro anche i volti noti della politica e del sindacato. Il segretario del Prc Ferrero, Bertinotti, il presidente della Provincia di Roma Zingaretti, il leader della Fiom Cremaschi, Fava per Sd. Oltre ad un coro trasversale di adesioni e sostegno da parte delle forze di opposizione. Unite in questo caso senza distinzioni nella richiesta che il governo ascolti queste piazze che hanno animato il mese di ottobre e di novembre. Solo nel tardo pomeriggio tornano a casa i ricercatori di Geologia con il casco giallo tra le mani, portato a simbolo del proprio lavoro, le infermiere di Firenze, i collaboratori scolastici con i palloncini della Flc-Cgil, gli specializzandi di medicina con indosso i loro camici bianchi, i tanti precari di Istat, Enea, Ispra, gli studenti con le loro grandi forbici in carta a simboleggiare la politica dei tagli del governo. Fermo restando il prossimo appuntamento è previsto per domani mattina quando a La Sapienza, fino a domenica, si terrà la due giorni di woorkshop e dibattito dedicati alla riforma Gelmini e al piano dell'esecutivo in materia di ricerca e università. Perché quest'onda non si ferma e non riposa. Anzi, agita il mare sociale anche fin nei suoi più remoti gangli.