LA PETIZIONE DA FIRMARE

martedì 23 giugno 2009

I casi personali di Silvio e un paese che va a rotoli

Mentre impazza la storia di Berlusconi e le ragazze-escort, i primi dati 2009 dell’Istat sull’export e sull’occupazione e le stime di importanti associazioni come Confindustria e Confcommercio sul futuro disegnano uno scenario preoccupante. Quasi ignorato dai media

L’ultima settimana è stata molto dura per il governo, alle corde per il caso delle ragazze-escort (o se preferite donne a pagamento) che avrebbero allietato le serate del nostro premier. Che naturalmente è molto preoccupato per gli sviluppi della vicenda. Sono passati in totale sordina alcuni importanti e attesissimi dati congiunturali, che ci danno finalmente il termometro di cosa sta accadendo all’economia italiana nel 2009. E due rapporti sull’andamento e le prospettive del nostro paese, pubblicati da importanti associazioni di categoria, che della maggioranza di governo rappresentano cospicue e fondamentali basi elettorali. Il quadro complessivo è di un paese alla deriva e con un governo in totale confusione. I Tg e i giornali “amici” si ostinano a non parlarne. Quelli “nemici” si occupano di puttane. Ma quanto può durare?

IL CROLLO DELL’EXPORT – Mentre eravamo tutti intenti a parlare di prostitute d’alto bordo a casa Berlusconi, l’Istat ci ha informato che nei primi 4 mesi del 2009 le esportazioni complessive hanno segnato, rispetto allo stesso periodo del 2008, una diminuzione del 24,4%, con cali via via crescenti, mese dopo mese. Il calo è particolarmente forte sul fronte dei beni durevoli (macchine, mobili, ecc…) e nei settori della siderurgia (-29,3%) e dei mezzi di trasporto (-37%). Il dato è grave, perché l’Italia è un paese a fortissima vocazione all’export. Siamo, come dovrebbero sapere quelli che governano l’Italia, uno dei paesi con il più forte peso dell’export sul Pil (il 23-24%). Quindi per noi la crisi globale è particolarmente grave, perché dipendiamo molto dal commercio internazionale. E suonano paradossali le dichiarazioni del sottosegretario D’Urso che, per consolarci, dichiara che però è “notevolmente migliorata la bolletta energetica”. Come se non sapesse che questa è un’ulteriore spia del crollo di produzione e consumi interni. Quindi, l’export va male, e i consumi delle famiglie e la produzione vanno peggio. Però per fortuna ci si distrarre leggendo le avventure piccanti del premier.

OCCUPAZIONE E CASSA INTEGRAZIONE – L’Istat, evidentemente poco interessato alle vicende erotiche del presidente del Consiglio, ha pubblicato in contemporanea anche i dati dell’andamento dell’occupazione nei primi tre mesi del 2009. Dati che fanno gettare la maschera alle panzane raccontate in questi mesi da Sacconi e Berlusconi. Secondo l’Istat in un anno sono spariti 400 mila posti di lavoro, di cui 154 mila contratti a tempo determinato, 107 mila co.co.co e 163 mila lavoratori autonomi, cioè le “partite Iva involontarie”. Solo negli ultimi tre mesi si sono persi oltre 200 mila posti di lavoro. Il peso della crisi è finito tutto sulle spalle dei giovani, del mondo del precariato. La cassa integrazione funziona solo per i lavoratori delle imprese medie e grandi, con contratto a tempo indeterminato. Se si incrociano i dati Istat sull’occupazione e quelli Inps sulla cassa integrazione a livello regionale, le migliori performance dell’occupazione sono nelle regioni dove è più alto il ricorso alla CIG. Addirittura in Piemonte ed Emilia Romagna, ai vertici degli utilizzatori di Cassa integrazione, l’occupazione aumenta. Al contrario di quello che dice Berlusconi (che evidentemente ha l’abitudine di non dire le verità non solo quando parla delle sue personali vicissitudini “private”) le norme del “Non lasceremo indietro nessuno” offrono tutele – temporanee – solo al 12,5% dei lavoratori parasubordinati, al 20% degli apprendisti, al 60% dei lavoratori a tempo determinato. E il ministro Sacconi, quello che si ostina a non voler fare la riforma degli ammortizzatori sociali commenta la situazione: “I dati Istat sull’occupazione e disoccupazione sono meno peggio del previsto”. Chissà forse pensa di stare su Scherzi a Parte.

CONFINDUSTRIA E CONFCOMMERCIO – Mentre c’è chi si balocca con le vicende di Patrizia, Nicoletta, Noemi, Francesca e chissà chi altre, Confindustria ha pubblicato il suo rapporto di previsione, nel quale – oltre a ricordarci che “quest’anno si chiuderà con una perdita del 4,9% del Pil” – si mette in evidenza che tra 2008 e 2010 si perderanno circa un milione di posti di lavoro. Alla luce di tutto questo, il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, avverte: “Se le cose non cambiano avremo un percorso molto faticoso e doloroso. I prossimi mesi saranno veramente fondamentali per la tenuta del nostro sistema e la coesione sociale”. E ha invocato, come ormai fanno tutti, la necessità di riforme strutturali. Ma chissà a cosa stanno pensando nel frattempo Berlusconi e i suoi. Certo non al Rapporto sul terziario presentato da Confcommercio, che sintetizza la sua analisi scrivendo che “non ci sono segnali effettivi di un’inversione del ciclo economico italiano, ma sono molteplici gli indizi che nel futuro prossimo si possa osservare realmente un miglioramento generalizzato delle condizioni economiche. Resta, però, il problema centrale della debolezza strutturale della nostra economia e, pertanto, ripresa non significherà un ritorno rapido ai livelli pre-crisi. Tutt’altro” E che ha messo in evidenza che la crisi riporta indietro l’orologio e gli italiani si ritroveranno nel 2010 più poveri di quanto non lo erano nel 2001. In pratica, avremo buttato via 10 anni. Dicono i commercianti che “nel 2010 avremo un prodotto lordo pro-capite inferiore a quello del 2001: in breve, avremo perso dieci anni di crescita economica”. Un’analisi che meriterebbe una risposta. Ma Scajola e Tremonti tacciono. Anche Brunetta, sempre pronto a fare dichiarazioni, stavolta tace.

UN MARASMA TOTALE – Ed è dentro questi scenari che continua il balletto mediatico su Berlusconi e le veline, Berlusconi e Noemi, Berlusconi e Ghedini. Poche le voci “autorevoli” che dicono chiaro e tondo che il paese rischia il collasso, che siamo all’emergenza economica e non iniziamo neppure a preoccuparci di fare riforme strutturali o interventi radicali. Che gli italiani sono più poveri, che le retribuzioni sono ferme, I nostri ministri rassicurano, edulcorano, aiutati dai Tg amici che censurano (neanche fossimo davvero nella repubblica delle banane) e dai giornali “nemici” che puntano il faro sulle escort. Berlusconi, in evidente stato confusionale, dopo averci detto per mesi che nessuno al mondo ha fatto quello che sta facendo lui, ieri ha ammesso: “Il programma è tutto da realizzare“. Chissà che ha fatto fino ad ora, oltre che divertirsi con Apicella e le ragazze pon pon. Noi ce ne eravamo accorti. Nel frattempo l’Italia, come si legge nel recente rapporto di Prometeia, non sta bene. “Fatto 100 il Pil di ciascun Paese nel 2007, nel 2010 gli Usa si collocheranno a 98,2, il Regno Unito a 95,6 e la Spagna a 98. L’Italia, con le sue banche meno esposte ai titoli tossici e il suo stato sociale e solidale che non lascia indietro nessuno, con la sua struttura produttiva ancora sbilanciata sul fare dell’industria manifatturiera, con i suoi distretti e le sue reti di piccole e medie imprese, con le sue famiglie poco indebitate si posizionerà a 94,8, cioè peggio dei Paesi responsabili della finanza creativa, dei titoli tossici e della rinuncia all’economia della manifattura e dell’agricoltura per puntare tutto sui servizi. Peggio dei Paesi dei consumi a debito, stile USA, e di quelli delle bolle immobiliari, stile Spagna”. Insomma, la prospettiva del dopo crisi è una progressiva marginalizzazione: l’Italia sta andando a puttane. Il fatto che ogni tanto potrebbe esserci andato anche il suo primo ministro, non dovrebbe essere poi così stupefacente. Il fatto che non freghi a nessuno, francamente sì.

Anti-G8 a L'Aquila: il corteo si farà?

Se Berlusconi era convinto di depotenziare il «movimento» spostando all’ultimo istante il vertice internazionale dalla Maddalena al capoluogo abruzzese rimarrà deluso. Almeno a sentire l’assemblea della Rete dei comitati No-g8 che si è radunata domenica scorsa per promuovere le contestazioni. Che dureranno l’intera settimana. «La popolazione locale inizialmente ha visto di buon occhio lo spostamento - spiega Renato De Nicola dell’Abruzzo social forum - Ma adesso percepisce la fallimentare politica del governo e vede quell’appuntamento come una vetrina per criticare il decreto ricostruzione». Non solo. La militarizzazione del territorio, il controllo sociale nelle tendopoli, l’enorme speculazione in atto e la mancanza di fondi per ricostruire fanno montare la protesta. I primi a mobilitarsi contro il G8 saranno i vicentini del no-Dal Molin che per il 4 luglio promuovono una manifestazione, con partenza dal presidio permanente per finire, forse, con l’occupazione della base militare. Non è da escludere che abruzzesi e altri attivisti no-global vadano a Vicenza a dar man forte a quello che si presenta come il primo appuntamento della settimana anti-summit. Nella notte tra il 5 e il 6 invece, esattamente alle 3 e 32 (l’orario in cui si è avvertita la scossa più devastante il 6 aprile scorso), si svolgerà a L’Aquila la fiaccolata «Memoria, verità e giustizia» per ricordare le vittime e le responsabilità. Come quella - denunciano i comitati - dei costruttori e della protezione civile, che «sapeva e non ha fatto nulla».
La giornata più «turbolenta» sarà quella del 7, dove si preannuncia il benvenuto ai potenti della Terra. Non si sono ancora decise le modalità. La rete romana, al momento, parla di «piazze tematiche» che confluiranno in una contestazione unitaria. Mentre nel capoluogo abruzzese si svolgerà, in contemporanea, un «forum» nel parco allestito dall’Unicef in cui si dibatterà insieme a varie comunità locali «ribelli» (come quella di Chiaiano, i no-Dal Molin e i no-Tav) di modelli di sviluppo, democrazia e partecipazione dal basso. L’8 e il 9 la protesta diventerà generale, con manifestazioni su tutto il territorio, blitz e azioni estemporanee. In vista del 10, giorno del corteo nazionale promosso, tra gli altri, dal Patto di Base (Cobas, Rdb e Sdl), rete campana, Socialismo Rivoluzionario e Rete dei comunisti. La manifestazione partirà dalla stazione di Paganica e toccherà i luoghi simbolo del terremoto: le tendopoli di Onna, Tempera, San Gregorio, Sant'Elia, per concludersi all'ingresso del centro storico. Una marcia che però ha generato frizioni nell’assemblea dei no-G8, che alla fine non hanno trovato un’intesa. «È una forzatura, non tutti gli aquilani capirebbero l’arrivo da fuori di migliaia di persone, meglio rispettare il loro cammino», dice Sara Segni del comitato 3e32. La paura è che venga interpretata come una «chiamata dall’alto» e che possa distogliere l’attenzione dalla questione «ricostruzione» a quella dei possibili scontri. «È l’ultima vetrina internazionale per esprimere dissenso - continua Segni - Meglio lasciare la protesta solo agli aquilani sempre più arrabbiati, facciamo un anti-G8 creativo e intelligente e delocalizziamo la rivolta in tutto il Paese». Tra le adesioni al corteo c’è anche quella dell’Epicentro solidale, a testimoniare che non c’è una frattura netta tra abruzzesi e non. Di questo si fa forza Piero Bernocchi dei Cobas. «Non ci sono divisioni tra chi vuole criticare questi vertici e chi vuole opporsi al decreto sull’Abruzzo - sostiene - Sono due facce della stessa medaglia». Comunque la maggior parte dei comitati abruzzesi, pur non aderendo alla marcia, buttano acqua sul fuoco: «Siamo comunque uniti nel contestare il vertice, poi ognuno decide le sue forme».

Crisi, Brunetta: «C'è troppo pessimismo: per l'Italia è un momento magico»

ROMA (21 giugno) – Questa volta nel mirino del ministro Brunetta finiscono le Regioni a statuto speciale: godono di un privilegio finanziario che andrebbe eliminato. Renato Brunetta, ospite domenicale di Rtl 102.5, propone di rivedere una legislazione “vecchia di oltre 50 anni”. «Ho detto ancora una volta cose che tutti conoscono che però non si possono dire - esordisce Brunetta - Negli ultimi 50 anni molte Regioni hanno utilizzato bene questa autonomia, altre l'hanno usata male. Vorrei però dire e ricordare che tutte queste Regioni hanno avuto più risorse di altre: per fare un esempio, un bambino valdostano ha 4-5 risorse in più di un bambino piemontese. È giusto? Io dico che a 60 anni dalla Costituzione, dalla fine della Guerra, nell'Europa delle Regioni questi statuti, che, voglio precisare, non riguardano l' autonomia ma le risorse, vanno rivisti. A mio parere tutte le Regioni devono diventare speciali, con costi e trasferimenti standard per tutti, senza cioè più la distinzione tra Regioni privilegiate e Regioni non privilegiate. Nessuna lesa maestà per carità però par condicio per quanto riguarda le risorse».

«Crisi, c'è troppo pessimismo: per l'Italia è un momento magico».
Il ministro torna anche a parlare di crisi: da «inguaribile ottimista» osserva che c'è «troppo pessimismo e troppa paura» in giro. Basterebbe che la grande maggioranza degli italiani «che ha mantenuto il reddito in questi mesi» investisse di più in beni durevoli per ripartire. «Paradossalmente è un momento magico per l'Italia. I lavoratori che hanno davvero una situazione difficile sono 500 mila, persone che sono in cassa integrazione e in una situazione difficile, anche se hanno comunque una protezione di reddito all'80%. Poi ci sono 14 milioni di lavoratori che hanno viceversa mantenuto il reddito e anzi aumentato il potere di acquisto perchè sono diminuiti i prezzi, le tariffe, i costi dei mutui. C'è insomma un effetto-ricchezza, anche se sembra paradossale dirlo, che andrebbe investito. Ma la gente non si decide ad acquistare e a comprare perchè ha paura: siamo in una fase in cui ci sono segnali di ripresa e per questo occorre dare fiducia. Servirebbe che gli italiani ricominciassero ad orientarsi verso beni durevoli, come le macchine, la casa, il mobilio, gli elettrodomestici. Questo è un momento determinante e a questo mi riferisco quando, da economista, parlo di momento magico. Se lo faremo, usciremo dalla crisi prima di altri. Confesso di essere un inguaribile ottimista, ma da queste due situazioni difficilissime, la crisi economica e la tragedia del terremoto, possiamo prendere la spinta per ripartire».

lunedì 22 giugno 2009

CERCA LA RICERCA

CAROVANA METROPOLITANA CONTRO LA PRECARIETÀ

Martedì 23 giugno, Roma, tour nelle principali sedi degli Enti di ricerca

(L’itinerario di Cerca la Ricerca sarà pubblicato sui siti www.rdbcub.it; www.usirdbricerca.it)


“Martedì 23 giugno USI RdB Ricerca dimostrerà che i precari sono tanti e svolgono da anni funzioni strutturali ed essenziali per gli Enti e per il Paese”, annuncia Gabriele Buttinelli della Segreteria Nazionale USI RdB Ricerca. “Lo faremo con CERCA LA RICERCA, una carovana metropolitana che toccherà tutte le sedi dei principali Enti di Ricerca presenti a Roma. Durante ciascuna tappa saremo raggiunti dai lavoratori precari ed ex precari, che racconteranno le loro storie professionali e denunceranno le loro condizioni di vita e di lavoro”. “Solo la furia negazionista di questo governo, finalizzata allo smantellamento della ricerca pubblica, può far sostenere che non ci sono precari negli Enti di Ricerca – prosegue Buttinelli - come solo un vizio ideologico e strumentale può far dire che la flessibilità è insita nelle funzioni dei lavoratori di questo settore, più volte definiti capitani di ventura. In realtà i provvedimenti messi in campo dal governo tendono solo a cancellare i precari, nella loro dignità e nei loro diritti, ma a lasciare intatta la precarietà. Ci sono infatti enti in cui lavoratori precari vengono mandati a casa per essere sostituiti da altri precari, oppure per cancellare definitivamente le funzioni da loro svolte. In ogni caso ormai la gestione del personale assume connotati da caporalato”.“Solo le mobilitazioni dell’ultimo anno hanno bloccato le iniziative più pesanti del Ministro Brunetta - aggiunge il sindacalista - ma la conservazione dell’esistente non è più sostenibile. Chiediamo provvedimenti che estendano a tutti i precari il diritto alla stabilizzazione; chiediamo risorse che diano prospettiva ai lavoratori e alla ricerca; vogliamo assunzioni a tempo indeterminato, non precariato eterno. Per questo USI RdB Ricerca aderisce allo sciopero generale del Pubblico Impiego indetto dal Patto di Base per il 3 luglio, e costruirà una mobilitazione continua nell’autunno prossimo”, conclude Buttinelli.

ISPRA - TG3 ore 14.20 del 20.6.09



sabato 20 giugno 2009



venerdì 19 giugno 2009

Ispra: Su precari pronte interrogazioni parlamentari bipartisan

Roma, 19 GIU (Velino) - I precari dell'Ispra "rilanciano la propria mobilitazione, dopo il successo dell'iniziativa di lancio del cortometraggio Non Sparate alla Ricerca, da loro autoprodotto per sensibilizzare l'opinione pubblica sui 430 licenziamenti che li interesseranno dal 30 giugno al 31 dicembre di quest'anno". Lo rendono noto in un comunicato gli stessi precari dell'Ispra, che aggiungono: "Nei prossimi giorni, sono previste nuove proiezioni in incontri pubblici, ed eventi di visibilita': sulla questione dei precari Ispra sono poi gia' pronte due interrogazioni parlamentari bipartisan, e sia la provincia di Roma che la regione Lazio hanno annunciato l'apertura di tavoli di consultazione con il personale precario dell'Istituto, oltre che per discutere il futuro della ricerca e dei controlli ambientali nel paese. Sul sito internet www.nonsparateallaricerca.org il video Non Sparate alla Ricerca ha avuto in poche ore centinaia di contatti, mentre la petizione online destinata al ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha gia' raggiunto le 600 adesioni".

I precari Ispra presentano il corto “Non Sparate alla Ricerca”


Da ecoblog.it - Mentre tutti i paesi civili, Stati Uniti in testa, investono sulla ricerca nel tentativo di uscire dalla crisi, il Governo italiano sembra aver intenzione di tagliare sempre più il già misero 1,1 % del Pil che ogni anno viene assegnato a questo fondamentale comparto. I primi a farne le spese saranno ricercatori precari come quelli dell’Ispra (Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale), istituto frettolosamente fondato l’anno scorso dalla fusione dei tre enti ambientali preesistenti, vigilati dal Ministro dell’Ambiente. Per sensibilizzare l’opinione pubblica e chiedere risposte alla Ministro Stefania Prestigiacomo, i precari hanno presentato ieri il cortometraggio autoprodotto dal titolo “Non Sparate alla Ricerca”, accompagnato da una raccolta di firme accessibile sul web a tutti i cittadini. Di seguito, il testo dei precari che accompagna il video e spiega la loro situazione.

Terra: Oltre al danno arriva la beffa per gli oltre 400 ecoricercatori



Giornalettismo.com

Nonsparateallaricerca.org è il sito internet che raccoglie firme per fermare la mattanza dei precari della pubblica amministrazione. I precari dell’Ispra (Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale), vogliono fermare il licenziamento di 430 loro colleghi previsto tra giugno e dicembre, già annunciato dalla struttura commissariale che gestisce l’Istituto: per sensibilizzare l’opinione pubblica, presentano quindi un clip autoprodotto, dal titolo “Non sparate alla ricerca”, per spiegare cosa accadrà con la “morte” della ricerca e dei controlli ambientali. Fino all’anno scorso, esistevano due Enti pubblici di Ricerca: l’Icram, unico Ente pubblico ad occuparsi di mare, in un Paese con 8mila Km di coste, e l’Infs, l’Istituto nazionale Fauna selvatica. Esisteva poi un’Agenzia governativa per l’Ambiente, l’Apat, che si occupava di Protezione Ambientale: ognuno dei tre soggetti aveva un’identità forte e competenze tecnico‐scientifiche di grande livello, ma fondamentalmente diverse tra loro. Ad Agosto 2008, il Governo li ha fusi in un’unica entità, creando l’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale (Ispra). Da quel momento, tutte le procedure economico‐amministrative che erano state ritagliate su misura per le varie attività dei tre ex enti sono state sostituite con procedure arcaiche e farraginose, assolutamente non idonee allo svolgimento delle attività di ricerca. Ora, sono 200 le persone che il 30 giugno vedranno i loro contratti non rinnovati, e da qui alla fine dell’anno si arriverà al licenziamento di 430 unità pari a più di 1/3 del personale ISPRA. I precari chiedono chiarezza e garanzie sul proprio futuro, come su quello della tutela dell’ambiente in Italia.

Qui trovate il video, e qui la petizione

Istat, nel primo trimestre persi 204 mila posti di lavoro

La Repubblica - ROMA - L'occupazione in Italia cala per la prima volta dopo 14 anni. Lo sottolinea l'Istat precisando che a fronte di 204 mila occupati in meno tra gennaio e marzo (lo 0,9% in meno rispetto allo stesso periodo del 2008), è il Mezzogiorno a perdere la maggior parte dei posti (114mila).
Su base annua, il tasso di disoccupazione è pari a quasi l'8% (il 7,9% per la precisione), il più alto dal 2005. In cifre assolute, il numero delle persone in cerca di occupazione sono quasi 2 milioni. Cala l'occupazione di 426 mila italiani, aumenta tra le comunità straniere: rispetto a tre mesi fa, hanno trovato lavoro altri 222 mila stranieri.
L'offerta di lavoro è stabile per gli uomini, registra una leggerissimo aumento tra le donne, lo 0,2%. Su quasi 60 milioni di italiani, lavorano in 23 milioni; arrotondando, significa che ogni 3 italiani, solo uno lavora. Il risultato, spiega ancora l'istituto di statistica, trova ragione nella caduta dell'occupazione autonoma delle piccole imprese, dell'occupazione a termine e nella riduzione del numero dei collaboratori.

Istat: crolla l'occupazione nel primo trimestre dell'anno, -0,9%

E' il primo calo da 14 anni a questa parte, ora il tasso di disoccupazione è al 7,9% il più alto dal 2005


Corriere della Sera - MILANO - Gli occupati in Italia sono diminuiti nel primo trimestre di 204mila unità (-0,9%) rispetto allo stesso periodo del 2008. Lo rileva l'Istat. Il dato risente del calo di occupazione di 426mila italiani e dell'aumento di occupazione per 222mila stranieri. Il calo dell'occupazione trova ragione soprattutto nella caduta dell'occupazione autonoma delle piccole imprese, dell'occupazione a termine e nella riduzione del numero dei collaboratori. Il calo è il primo da 14 anni a questa parte ed è più accentuato nel Mezzogiorno (114mila posti di lavoro in meno su 204mila occupati in meno in totale).
TASSO ELEVATO - Il tasso di disoccupazione in Italia cresce nel primo trimestre 2009 e tocca quota 7,9% (+0,8 punti rispetto al primo trimestre 2008). Lo rileva l'Istat precisando che si tratta di 221mila persone in più in cerca di lavoro. Il tasso di senza lavoro è il più alto dal 2005. L'Istat sottolinea inoltre che il numero delle persone in cerca di occupazione registra il quinto aumento tendenziale consecutivo, portandosi a 1.982.000 unità (+221.000 unità, pari al +12,5% rispetto al primo trimestre 2008). Rispetto invece al quarto trimestre 2008, al netto dei fattori stagionali, il tasso di disoccupazione aumenta dello 0,3%.
INATTIVITA' - Nel Mezzogiorno alla sostanziale stabilità della disoccupazione si associa un'ulteriore espansione dell'inattività. Nella componente maschile buona parte dell'allargamento dell'area della disoccupazione coinvolge, come nel precedente trimestre, gli ex-occupati nel Nord (+72.000 unità), nel Centro (+33.000 unità) e nel Mezzogiorno (+30.000). Dopo tre anni di continue flessioni, nel primo trimestre 2009 il numero di inattivi in età compresa tra i 15 e i 64 anni risulta in crescita nel Nord (1,2%, pari a 66.000 unità). L'incremento interessa entrambe le componenti di genere. Il numero di inattivi aumenta anche nel Centro (1,2%, pari a 30 mila unità) e, in misura nuovamente molto sostenuta, nel Mezzogiorno (2,1%, pari a 141.000 unità di cui 72.000 uomini e 69.000 donne). Nelle diverse ripartizioni geografiche si tratta in una buona parte dei casi di individui che non cercano un'occupazione perchè pensano di non trovarla.

Roma, occupata la sede dell'Istat

I lavoratori chiedono garanzie per 317 contratti di rilevatori che dovrebbero scadere a luglio

La Stampa.it - Una cinquantina di precari dell’Istat ha occupato da questa mattina, dopo un’assemblea con i sindacati, la sede della presidenza dell’istituto di statistica. La polizia è intervenuta per controllare la situazione: diversi agenti in assetto antisommossa presidiano la sede in via Cesare Balbo. I lavoratori chiedono garanzie per 317 contratti di rilevatori che dovrebbero scadere a luglio. Al momento, spiegano i precari, dal punto di vista dell’ordine pubblico la situazione è tranquilla: tra le parti è stata aperta una trattativa sui contratti. Per solidarietà con i rilevatori protestano anche i ricercatori: per questo domani gli attesi dati sull’occupazione del primo trimestre in Italia usciranno in forma ridotta.
La Flc Cgil, i lavoratori dell’Istat e i rilevatori riuniti in assemblea permanente congiuntamente da questa mattina «denunciano con forza la gravità di quanto sta avvenendo». Dal prossimo primo luglio, sottolineano, «non esisterà più la rete dei 317 rilevatori che da sette anni garantisce le interviste sullo stato dell’occupazione su tutto il territorio nazionale, assicurando elevati standard di qualità». Domani l’Istat, nonostante l’agitazione dei ricercatori e dei tecnici che producono i dati, rilevano, «rilascerà, in forma ridotta, il comunicato sulle forze di lavoro relativo al primo trimestre 2009. I lavoratori dell’Istat in mobilitazione e la Flc Cgil denunciano ancora una volta la loro estrema preoccupazione sul destino dell’indagine che fornisce le stime sull’andamento dell’occupazione e della disoccupazione. Ad oggi i vertici dell’Istat non hanno ancora trovato una soluzione credibile, e il ministero competente, quello della Pubblica Amministrazione, si dichiara indisponibile a spostare oltre il 30 giugno 2009 la validità della proroga concessa per lutilizzo dei contratti di collaborazione per i rilevatori».
A fare le spese di questa situazione che si trascina ormai da sette anni, si legge nella nota, «saranno in primo luogo i 317 rilevatori professionali, che fra 10 giorni vedranno scadere il loro contratto precario per trovarsi disoccupati. Ma anche la statistica ufficiale ne soffrirà considerevolmente: allo stato viene ipotizzato il passaggio ad interviste telefoniche fino a soluzione definitiva. Ciò comporta il rischio di produrre stime distorte ed incoerenti con quelle degli anni precedenti. Questo, a sua volta, si ripercuoterà sulla stima del Pil, per il cui calcolo sono fondamentali i dati delle forze di lavoro».

Non sparate alla ricerca: "il Video"



giovedì 18 giugno 2009

Ci siamo.... .. Oscuramento internet

E' passato l'emendamento D'Alia. LEGGETE E FATE GIRARE, E' IMPORTANTE PER TUTTI

L'attacco finale alla democrazia è iniziato! Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l'obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D' Alia (UDC), è stato introdotto l'articolo 50-bis, "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet". Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l'articolo è diventato il nr. 60. Anche se il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della "Casta" che non vuole scollarsi dal potere. In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero. Il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l' apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge? Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l'informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l'unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che vede un'impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d'interessi. Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare. Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l'Italia come la Cina e la Birmania. Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico. Fate girare questa notizia il più possibile. E' ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E' in gioco davvero la democrazia!!!

Petizione online

E' attivo il sito "Non sparate alla ricerca" dove poter firmare la petizione...inutile dire che più firmiamo meglio è!!!!


Come si nasconde una notizia




AGI -
Roma: Ambiente -I lavoratori precari dell'Ispra presentano
un clip dal titolo "Non sparate alla ricerca", contro i
licenziamenti annunciati (Caffe' Fandango, piazza di Pietra
32/33, ore 19,30).

L'iniziativa di questa sera pubblicizata su CITY



Dai lavoratori Ispra il grido d´aiuto: ´Non sparate sulla ricerca´

Da greenreport.it - Per fermare il licenziamento di 430 loro colleghi annunciato tra giugno e dicembre dalla struttura commissariale che gestisce l’Ispra, i lavoratori hanno presentato un clip autoprodotto, dal titolo “Non sparate alla ricerca”, per spiegare cosa accadrà con la “morte” della ricerca e dei controlli ambientali. Alla proiezione, prevista per le 19.30 del 18 giugno al Caffè Fandango di Roma, farà seguito una tavola rotonda sulla situazione e le prospettive della ricerca ambientale in Italia dal titolo “La ricerca di Pulcinella”, cui parteciperanno personalità del mondo scientifico e politico, ricercatori ed ambientalisti. Nell’occasione, sarà anche presentata una lettera aperta che i precari Ispra hanno scritto al ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, responsabile del dicastero vigilante sull’Istituto e sui suoi lavoratori. Verrà dato il via anche ad una raccolta di firme cui tutti i cittadini potranno aderire, visto che avverrà sul web, attraverso il sito internet www.nonsparateallaricerca.org
Fino all´anno scorso, esistevano due Enti pubblici di Ricerca: l’Icram, unico Ente pubblico ad occuparsi di mare, in un Paese con 8mila Km di coste, e l’Infs, l’Istituto nazionale Fauna selvatica. Esisteva poi un’Agenzia governativa per l’Ambiente, l’Apat, che si occupava di Protezione Ambientale: ognuno dei tre soggetti aveva un’identità forte e competenze tecnico‐scientifiche di grande livello, ma fondamentalmente diverse tra loro. Ad agosto 2008, il Governo li ha fusi in un’unica entità, creando l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra).
Da quel momento, tutte le procedure economico‐amministrative che erano state ritagliate su misura per le varie attività dei tre ex enti sono state sostituite con procedure arcaiche e farraginose, assolutamente non idonee allo svolgimento delle attività di ricerca. Ora, sono 200 le persone che il 30 giugno vedranno i loro contratti non rinnovati, e da qui alla fine dell’anno si arriverà al licenziamento di 430 unità pari a più di 1/3 del personale ISPRA. I precari chiedono chiarezza e garanzie sul proprio futuro, come su quello della tutela dell’ambiente in Italia.

ABRUZZO/AMBIENTE: STATI, ACCORDO SU PROROGA CONTRATTI PRECARI ARTA

(ASCA) - L'Aquila, 17 giu - ''Verra' predisposto un provvedimento che proroghera' i 45 contratti precari in scadenza sino al 31/12/2009 e verra' attivato gia' nei prossimi giorni un tavolo che dovra' gettare le fondamenta per risolvere il problema, quello dei precari, al quale da troppi anni non si riesce a dare una soluzione. E' quanto emerso questa mattina in un incontro presso la sede dell'Arta che ha visto presenti l'assessore regionale dell'Abruzzo, Daniela Stati, la dirigenza dell'Arta e le rappresentanze sindacali regionali e dell'azienda in merito alla situazione del personale precario dell'Agenzia. ''La salvaguardia dei posti di lavoro e' una priorita' - ha detto l'assessore Stati - Una linea condivisa dallo stesso Presidente Chiodi. I precari dell'Arta svolgono un ruolo importante. Sono diversi anni che lavorano a stretto contatto con il personale di ruolo e hanno acquisito una propria professionalita' che e' essenziale per il presente e il futuro dell'azienda. Devo anche sottolineare la collaborazione delle rappresentanze sindacali impegnate nel dare risposte certe e soprattutto, condivise con i lavoratori. Spero che questa collaborazione ci aiuti a risolvere definitivamente l'annoso problema''.

mercoledì 17 giugno 2009

Non sparate alla ricerca

Caffè Fandango, Piazza di Pietra 32/33
Roma, ore 19.30

da galileonet.it - I precari dell’Ispra (Istituto per la Protezione e la Ricerca ambientale), vogliono fermare il licenziamento di 430 loro colleghi previsto tra giugno e dicembre, già annunciato dalla struttura commissariale che gestisce l’Istituto: per sensibilizzare l’opinione pubblica, presentano quindi un clip autoprodotto, dal titolo “Non sparate alla ricerca”, per spiegare cosa accadrà con la “morte” della ricerca e dei controlli ambientali.
Alla proiezione, prevista per le 19.30 del 18 giugno al Caffè Fandango di Roma, farà seguito una tavola rotonda sulla situazione e le prospettive della ricerca ambientale in Italia dal titolo “La ricerca di Pulcinella”,cui parteciperanno personalità del mondo scientifico e politico, ricercatori ed ambientalisti. Nell’occasione,sarà anche presentata una lettera aperta che i precari Ispra hanno scritto al Ministro dell’Ambiente,Stefania Prestigiacomo, responsabile del dicastero vigilante sull’Istituto e sui suoi lavoratori. Verrà dato il via anche ad una raccolta di firme cui tutti i cittadini potranno aderire, visto che avverrà sul web, attraverso il sito internet www.nonsparateallaricerca.org.
Fino all'anno scorso, esistevano due Enti pubblici di Ricerca: l’Icram, unico Ente pubblico ad occuparsi di mare, in un Paese con 8mila Km di coste, e l’Infs, l’Istituto nazionale Fauna selvatica. Esisteva poi un’Agenzia governativa per l’Ambiente, l’Apat, che si occupava di Protezione Ambientale: ognuno dei tre soggetti aveva un’identità forte e competenze tecnico-scientifiche di grande livello, ma fondamentalmente diverse tra loro. Ad Agosto 2008, il Governo li ha fusi in un’unica entità, creando l’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale (Ispra).
Da quel momento, tutte le procedure economico-amministrative che erano state ritagliate su misura per le varie attività dei tre ex enti sono state sostituite con procedure arcaiche e farraginose, assolutamente non idonee allo svolgimento delle attività di ricerca. Ora, sono 200 le persone che il 30 giugno vedranno i loro contratti non rinnovati, e da qui alla fine dell’anno si arriverà al licenziamento di 430 unità pari a più di 1/3 del personale Ispra. I precari chiedono chiarezza e garanzie sul proprio futuro, come su quello della tutela dell’ambiente in Italia.

Un'Italia che arranca

La grave crisi che stiamo attraversando colpisce soprattutto le famiglie dei lavoratori e le fasce più deboli della popolazione…. C'è un'Italia che arranca e non ce la fa… nell'indifferenza generale!

Insomma.it - In Italia l'emergenza sociale riguarda ormai circa 15 milioni di persone e si sa bene –ha detto il Papa recentemente a Cassino- “quanto sia critica la situazione di tanti operai, di tanti lavoratori, di tanti giovani. La ferita della disoccupazione induce i responsabili della cosa pubblica a ricercare delle valide soluzioni, creando nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie”. Lo stesso messaggio, l’ha ribadito il cardinale Bagnasco, l’ha ricordato di nuovo Benedetto XVI all’assemblea della Cei. Infine, con parole drammatiche, è intervenuto il governatore della Banca d’Italia Draghi: “Le imprese proteggano i lavoratori”. Non è assolutamente vero che siamo fuori dal tunnel e che in Italia non ci sono più i poveri! Draghi ha riassunto i dati d’una situazione sempre più tragica: il prodotto interno lordo, cioè la ricchezza prodotta dal Paese, è calato del 5 per cento; il 10 per cento dei lavoratori ha perso già il posto. Sono numeri che inchiodano imprenditori, sindacati e classe politica a una maggiore responsabilità. Le azioni fin qui intraprese non hanno sortito effetti e l’Italia scivola, pericolosamente, verso il baratro sociale. Benedetto XVI nel discorso all’assemblea della Cei ha indicato chi ne fa le spese: “Nonostante le misure intraprese a vari livelli, gli effetti sociali della crisi non mancano di farsi tuttora sentire, ed anche duramente, in modo particolare sulle fasce più deboli della società e sulle loro famiglie”. Oggi queste fasce più deboli tendono ad allargarsi. Il lavoro precario inquieta sempre più famiglie. Chi dipende dai rinnovi contrattuali anno dopo anno, rischia di più. Sono i quarantenni e cinquantenni i più esposti a un lavoro che traballa. L’ultimo rapporto Istat fotografa una situazione tragica: l’industria espelle migliaia di lavoratori. Lo fa in silenzio, un licenziamento dopo l’altro, pochi numeri per volta, che messi in fila diventano spaventosi. Un lavoratore su due non ha la sicurezza del posto di lavoro. Rischio elevatissimo per chi ha 45-50 anni e una famiglia con i figli ancora in età scolare. Sono lavoratori che difficilmente troveranno un altro lavoro stabile. Passeranno gli anni futuri a fare capriole per campare, per sopravvivere! C’è un’Italia che arranca e sta male, cui non bastano gli ammortizzatori sociali. Il ministro del lavoro Sacconi, bisogna ammetterlo, aveva lanciato l’allarme, proponendo una “moratoria dei licenziamenti”, affidata al “buon cuore” degli imprenditori. Sarebbe stato un piccolo argine. Ma lo stesso ministro è stato preso in giro dalla sua baldanzosa parte politica. Quella proposta conteneva una provocazione e un’analisi della crisi che alla maggioranza non poteva piacere, perché avrebbe velato l’ottimismo di facciata che il governo deve trasmettere con tanto di plastificati sorrisi e pacche sulla spalla. Nel mondo incantato e surreale delle suggestioni medianiche non c’è posto per la povertà: crea imbarazzo! Perciò la questione sociale sembra non interessare, risulterebbe troppo deprimente pensarci, meglio distrarsi col gossip, le veline, le ville al mare, le barche, lo champagne, le vacanze -che molti ormai, non potendosele più permettere, son disposti ad indebitarsi con l’usura, pur di riuscirle a fare ancora esotiche!- Al lavoro precario corrispondono redditi più bassi. L’anno scorso, una famiglia su cinque ha avuto serie difficoltà ad arrivare a fine mese. Il 10 per cento delle famiglie non riesce a comperare cibo in quantità sufficiente e il 6 per cento non ce la fa a pagare le bollette. Eppure, sembra che questa Italia che arranca non interessi a nessuno, si continua a puntare solo su chi vive già un “relativo” benessere. Da tempo viene segnalata da più parti questa drammatica situazione. Basterebbe rileggersi l’ultimo Rapporto della Caritas sulla povertà in Italia. Ma quei dati danno fastidio, denunciano un’iniqua distribuzione del reddito nel Paese. Quando viene invocata una maggiore solidarietà sociale, ci si riferisce proprio a questo. Eppure degli esempi virtuosi ci sono: il “progetto di assistenza alimentare alle famiglie bisognose” condotto da METANOVA ed il “fondo di garanzia per il microcredito” gestito da FINETICA. Ma la solidarietà, al di là della privata e volontaria iniziativa, dovrebbe assumere un diffuso valore politico ed economico, traducendosi in atti pubblici e nell’impegno di risorse pubbliche più significative. Oggi ci sono due Italie che fanno vite parallele ignorandosi l’una con l’altra! Chi ha responsabilità di governo, ai vari livelli, avrebbe il compito di riunirle onde evitare conflitti sociali, privilegiando ovviamente coloro che stanno peggio, a cominciare dalle famiglie dei lavoratori.


Per chi votano i precari?

di Tonia Mastrobuoni - Il Riformista

Per chi votano i precari? La domanda, ammette Nando Pagnoncelli, presidente dell’Ipsos, «non è peregrina», visto che si tratta ormai di milioni di persone, di una fetta crescente di lavoratori con una scadenza scritta sul contratto. Il suo istituto, osserva, non ha mai svolto un sondaggio sulle preferenze politiche di questi lavoratori. Anche perché «è molto difficile definire il termine “precario”», a tutt'oggi. Ma la questione è interessante perché stiamo parlando della categoria più dimenticata degli ultimi dieci anni. E non solo dai partiti.
Il crescente universo dei precari è vittima di una promessa mancata. Che si ripete dal 1997 di governo in governo, di qualsiasi colore. Da quando è stata introdotta cioè la prima riforma seria che ha flessibilizzato il mercato del lavoro, la Treu. Da allora un'ampia platea di lavoratori, sempre più giovane e “rosa” e sempre più concentrata al Sud, che oscilla negli studi più autorevoli tra i 2,8 e i 4 milioni, attende invano “il lato b” di quella riforma. Cioè un riordino serio degli ammortizzatori sociali, richiamato di recente con forza anche dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. A fronte di un abbattimento drastico della rigidità in entrata avvenuta dagli anni Novanta, con tipologie di contratto che si sono moltiplicate fino a raggiungere cifre parossistiche (oggi sono una quarantina), i governi hanno sempre promesso che avrebbero risistemato l'obsoleto sistema misto di cassa integrazione e disoccupazione, per offrire una tutela a questi funamboli senza rete. Invece, niente. Tanto che nei rapporti della Ue sull’occupazione, l'Italia continua ad essere criticata per un livello di sicurezza sociale molto basso, se non totalmente assente, che contrasta con un livello di flessibilità lavorativa «medio-alta». Se i milioni di precari dovessero trarre una lezione da questa enorme promessa mancata degli ammortizzatori sociali, se dovessero giudicare le rare iniziative spot messe in campo da qualche governo (come il limite dei 36 mesi di contratti a termine del governo Prodi o l'una tantum per i precari nel decreto anticrisi dell'attuale esecutivo), verrebbe di pensare che questo esercito crescente di precari, nei confronti del quale anche il sindacato è stato piuttosto distratto, stia ingrossando le fila degli astensionisti. Il primo problema, tuttavia, è definire i precari. Nella relazione annuale presentata il 29 maggio scorso, la Banca d'Italia ha prodotto la famosa tabella, contestata dal premier, su 1,6 milioni di occupati, sia a tempo indeterminato (nel privato) sia a termine (qui sono esclusi gli autonomi “veri”, non i parasubordinati mascherati) che rischiano di restare senza tutele. Ma dalle tabelle si desume anche una cifra complessiva sui lavoratori flessibili: 1,960 milioni di lavoratori a termine, 116mila interinali, 260mila apprendisti e 542mila collaboratori a progetto «e altri autonomi parasubordinati». Totale: oltre 2,8 milioni di lavoratori con una scadenza scritta sul contratto. Un numero che coincide con quello dell'Istat, che nell'ultimo rapporto annuale lo traduce in percentuale: 11,9 per cento di cosiddetti «atipici». Ma c'è chi li chiama precari, come Emiliano Mandrone, un ricercatore dell'Isfol che aggiorna le sue stime spesso su Lavoce.Info, e include in questa stima non soltanto gli occupati a termine ma anche i parasubordinati, cioè chi è formalmente autonomo ma ha un rapporto di lavoro da dipendente. Infine, Mandrione include nel calcolo anche le persone in cerca di lavoro, dopo la scadenza di un contratto. Totale: 4 milioni di «precari»: 3,5 milioni occupati e circa 0,5 milioni di «non più occupati». Sui parasubordinati mascherati da autonomi, anche l'Istat ammette che c'è qualche problema di classificazione. Infatti, sempre nel rapporto 2008, l'istituto di statistica scrive che ci sono circa 100mila autonomi che includono muratori, collaboratrici domestiche, camionisti o assitenti familiari, «che potrebbero rientrare, in base a un criterio di parasubordinazione, nell'area del lavoro atipico, ma potrebbero anche risentire prima di altre della persistente contrazione della domanda». Viceversa, c'è un'ampia platea di collaboratori che sono dirigenti o ricercatori universitari e che «vantano comunque consistenti margini di autonomia» nel lavoro e nell'orario. Insomma, che nell'immaginario difficilmente vengono associati al precariato. Comunque, al di là dei confini labili del termine, quello che caratterizza una parte ormai consistente dei lavoratori, soprattutto giovani, donne e meridionali, ammettono ormai tutti, dall'Istat all'Isfol, è una permanenza troppo lunga nel lavoro con contratti flessibili, che ha conseguenze pesanti sia sulle carriere e le prospettive, sia sulle retribuzioni. E sono anche senza protezione, tra un lavoro all'altro. Un milione e mezzo di persone, secondo Mandrone, soffrono ogni anno di periodi più o meno lunghi di inattività. E le retribuzioni, come osserva l'Isfol, «spesso non corrispondono alle esigenze di giovani che vogliano legittimamente rendersi autonomi dalla famiglia, così come le donne, quando, per lavorare, debbano accollarsi l'onere dei servizi per la cura dei familiari».
Guadagnano, dice l'Istat, in media 1024 euro al mese, «il 24 per cento in meno di un dipendente standard a tempo pieno». Negli anni, siccome non hanno scatti di anzianità, diventa «particolarmente significativo il progressivo allargamento del differenziale salariale al crescere dell'anzianità lavorativa». L'allungamento dei tempi raggiunge in alcuni casi livelli insostenibili (si veda la tabella accanto): 1 milione e 600mila lavoratori, rileva l'Istat, «sono presenti nel mercato del lavoro per più di dieci anni». Chi entra in questa “trappola della precarietà” è collocato «in classi di età più adulte, spesso con ruoli di responsabilità familiare». Per queste persone un' eventuale perdita del posto del lavoro è, perciò, «più grave».

TERREMOTO: ODG BIPARTISAN PER INGV. STABILIZZAZIONI NECESSARIE

(ASCA) - Roma, 16 giu - L'Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia rappresenta un'importante componente del servizio nazionale di protezione civile. La sua attivita' e' fondamentale per la mappatura del rischio sismico e per l'individuazione dell'epicentro dei terremoti, in modo tale da indirizzare al meglio la macchina dei soccorsi.
Per questo, consapevoli che si rafforzerebbe la protezione dal rischio sismico e per non perdere importanti competenze, il PD e il PDL hanno presentato un ordine del giorno durante la discussione del decreto terremoto. In accordo a quanto detto piu' volte dal ministro Brunetta, cioe' che dove vi sia la possibilita' si proceda alle stabilizzazioni, i deputati Madia (PD) e Cazzola (PDL) insieme ad altri 12 colleghi dei due schieramenti hanno chiesto al governo di allargare l'organico dell'ente, permettendo cosi' di assumere i precari e rafforzare l'INGV.
''Oggi - e' stato spiegato - l'INGV utilizza centinaia di precari; personale di ricerca che l'Ente vorrebbe stabilizzare. Assumerli a tempo indeterminato non costerebbe nulla allo Stato. L'INGV spende poco per il personale e riceve notevoli finanziamenti esterni per la sua attivita' di ricerca. Cio' che manca alle stabilizzazioni e' un pezzo di carta. La pianta organica dell'Ente, cioe' il numero di persone che possono essere assunte, e' ancora ferma all'inizio delle attivita' dell'INGV e non riflette le esigenze attuali''.

martedì 16 giugno 2009

I Parlamentari sotto la lente: le donne le più presenti, Idv più attiva del Pd

Di Chiara Beghelli - Sole24Ore -Un Parlamento piuttosto svogliato, dove le più presenti e attive sono le donne e all'opposizione l'Italia dei Valori è più combattiva del Pd. Questa è la fotografia scattata all'istituzione dal Rapporto 2008-9 sulle attività parlamentari, pubblicato dall'Osservatorio civico sul Parlamento italiano promosso da Cittadinanzattiva, Controllo Cittadino e Open polis. Nel Rapporto è stato calcolato un "indice di attività" (compreso fra 0 e 10) che misura quante volte ogni parlamentare è stato primo firmatario o cofirmatario di un atto, quante volte è stato relatore di un progetto di legge, quante volte è intervenuto nel dibattito in assemblea e quante volte lo ha fatto in commissione. Dal Rapporto emerge che alla Camera sono i deputati dell'Italia dei Valori i più attivi tra tutti i gruppi: la loro media di attività si attesta intorno al 3,57, valore superiore agli altri ma in ogni caso basso, se preso in assoluto. I deputati del Partito Democratico sono al terzo posto con circa un punto di differenza, poco oltre il 2,65.
Tra i partiti di governo, il gruppo di deputati più attivo è quello della Lega (2,67) mentre i parlamentari del Pdl risultano essere quelli meno attivi in assoluto, con un indice di attività di 2,01. L'Udc e il gruppo misto si attestano poco sopra i 2 punti. Per quanto riguarda i senatori, la situazione è molto simile: il gruppo parlamentare più attivo è ancora quello dell'Italia dei Valori, che raggiunge un indice di 4,9 mentre il secondo gruppo (quello dell'Udc), è solo al 2,79. Il Pd invece si attesta al 2,7. Le donne, pur in minoranza numerica assoluta (sono 134, contro 496 uomini) vantano alla Camera un indice di attività medio di 2,7 (mentre gli uomini si fermano a 2,2) e al Senato raggiungono il 3, e gli uomini il 2. Per Antonio Gaudioso, vice segretario vicario di Cittadinanzattiva, che ha parlato ai microfoni di Radio24, il problema della «scarsa autorevolezza dell'istituzione è anche legato al fatto che non c'è un rapporto diretto fra eletto ed elettore, perchè con questa legge elettorale, deputati e senatori sono di fatto nominati. Non c'è la capacità di fare da contrappeso al Governo: il 90% delle leggi approvate nell'ultimo anno è stato di iniziativa del governo, solo il 10% del Parlamento». Questo dato influenza la presenza alle votazioni, e in questo i partiti di governo battono quelli all'opposizione, con i deputati Pdl presenti nell'83% dei casi e quelli della Lega nelll'86%. Pd al terzo posto con l'81% delle votazioni. Il quadro delle presenze dei senatori ricalca quello dei deputati, con la Lega ben al 93% e il Pdl all'86%. Pd terzo, anche in questo caso, seguito dall'Idv con il 72%. «Questo ribaltamento rispetto all'indice di attività - si legge nel Rapporto - è in buona parte dovuto alla differenza dei ruoli tra opposizione e maggioranza. I partiti che fanno capo alla maggioranza, infatti, hanno più interesse a presenziare alle votazioni perché il loro sostegno consente al governo di approvare le leggi. Al tempo stesso, però, i parlamentari dovrebbero partecipare egualmente a tutte le votazioni a prescindere dalla possibilità concreta di influenzare l'azione legislativa. Chi è assente non aiuta di certo la democrazia italiana e viene meno all'impegno preso con i propri elettori».
Soffermandosi sul grado di attività dei parlamentari, come si diceva le donne battono gli uomini: con 10 punti, la più attiva in assoluto è la deputata Pdl Angela Napoli, 63 anni, eletta in Calabria, presidentessa dell'associazione "Risveglio Ideale". Seconda e quinta sono due donne dell'area radicale del Pd, la ex segretaria Rita Bernardini e la ex tesoriera Elisabetta Zamparutti. Terza la deputata Pdl Gabriella Carlucci, che curiosamente nel novembre scorso era stata accusata dalla trasmssione televisiva "Le iene" di essere una delle più assenteiste, quarto Luca Volonté dell'Udc. Per quanto riguarda i deputati meno presenti, guida la classifica Denis Verdini, uno dei tre ex coordinatori nazionali di Forza Italia, fra l'altro docente di Storia delle Dottrine Economiche alla Luiss di Roma. Seguono Niccolò Ghedini del Pdl, avvocato del premier, e Massimo D'Alema del Pd, molto impegnato in ambito internazionale e presidente della fondazione Italiani Europei. Quarto e quinto l'ex ministro della difesa Antonio Martino e Marco Martinelli del Pdl, di professione consulente e membro della Commissione per le politiche dell'Unione Europea.
Fra i senatori, spicca per presenzialismo un'altra donna di area radicale, la senatrice Pd Donatella Poretti (che ha un blog molto aggiornato, come la sua collega di primato alla Camera), seguita da Elio Lanutti dell'Idv e da Rosario Giorgio Costa del Pdl. I senatori più assenteisti sono tutti di area Pdl, con in testa l'ex presidente del Senato Marcello Pera (Pdl), che ha totalizzato un indice pari a 0,18 e che negli ultimi mesi ha viaggiato soprattutto per le presentazioni italiane del suo ultimo libro "Perché dobbiamo dirci cristiani", seguito dai colleghi Beppe Pisanu, Marcello Dell'Utri, Aldo Scarabosio e Domenico Nania.
Stacanovisti e assenteisti regione per regione. Il Rapporto prende in esame anche il grado di attivtià di deputati e senatori su base regionale: così, i deputati del Molise sono, in media, i più attivi, con un indice di attività di 3,9. Segue il Friuli-Venezia Giulia (3,4), Calabria (2,8), Emilia Romagna (2,7) e Trentino Alto Adige (2,7). I meno attivi, invece, sono i deputati della Campania (1,9), Abruzzo (1,9), Liguria (1,5) e Valle D'Aosta (1,4). Per i senatori la situazione è piuttosto simile. I più attivi si trovano in Molise ed Emilia Romagna (3,1 ciascuno) e in Toscana (2,9), mentre i meno attivi rappresentano la Liguria (2), l'Abruzzo (1,9), la Campania (1,9) e le Marche (1,7). Per le presenze alle votazioni il quadro, ancora una volta, si ribalta, con la Val d'Aosta che guida la classifica dei deuptati, seguita da Umbria e Basilicata, mentre i senatori più presenti sono quelli friulani e calabresi.

Parlamento, la classifica dei fannulloni "I più inefficienti sono sui banchi della destra"

ROMA - Pochi stakanovisti e un esercito di "fannulloni", direbbe Brunetta. Che stanno soprattutto a destra. Per non dire che con le pagelle scolastiche reintrodotte dalla Gelmini (da 0 a 10), solo il 2,6% dei parlamentari (16 deputati e 8 senatori per la precisione) sarebbero promossi al secondo anno di legislatura. Il primo anno si archivia così, con insufficienze a go-go: poco presenti, poco attivi, poco propositivi. Con gli onorevoli di opposizione a salvare la faccia. Le donne, come sempre, meglio degli uomini. E col dato più avvilente a fare da sfondo: un Parlamento ormai in ginocchio, ridotto a ratificare decisioni già adottate a Palazzo Chigi: in un anno, 61 ddl presentati dall'esecutivo trasformati in legge (90%), a fronte dei soli 7 di iniziativa parlamentare (10%). La fotografia dei primi dodici mesi di vita delle Camere l'ha scattata l'"Osservatorio" composto da Cittadinanzattiva (movimento che dal '78 promuove i diritti dei cittadini e dei consumatori), Controllo cittadino e Openpolis. Le 32 pagine del rapporto 2008-2009 sulle attività parlamentari - che sarà presentato oggi - misurano con grafici e classifiche l'efficienza di gruppi e singoli. Un "indice di attività" elaborato in base a una serie di parametri: quante volte ogni parlamentare è stato primo firmatario o cofirmatario di un atto legislativo o ispettivo, quante volte relatore di un progetto di legge, quante volte è intervenuto in aula o in commissione, quante volte presente alle votazioni. Cosa si scopre? "Emerge molto chiaramente che i deputati dell'Italia dei valori sono i più attivi tra tutti i gruppi presenti alla Camera", su una scala da 0 a 10, la loro media di attività si attesterebbe attorno al 3,57. Sotto la sufficienza, ma meglio degli altri. Seguiti dal gruppo della Lega (2,67) e dal Pd (2,65).
Stesso discorso al Senato, anche lì in testa i dipietristi, seguiti però da Udc e Pd. In entrambi i rami del Parlamento, il principale gruppo di maggioranza, il Pdl, ha raccolto il grado di efficienza più basso, ultimo alla Camera (2,01) e penultimo (seguito dal solo misto) al Senato (0,67). Quozienti che si invertono, ed è facile immaginare il perché, se si passano ai raggi x le presenze in occasione delle votazioni: essendo la gran parte dei ddl di origine governativa, ecco che i deputati del Pdl sono risultati presenti all'83% delle votazioni, i leghisti all'86, i democratici all'81. Le donne hanno un indice di attività medio di 2,7, mentre gli uomini si fermano al 2,2. Tra le senatrici e i senatori "la differenza è ancora più marcata: le prime hanno un indice di attività di oltre 3 punti, mentre i senatori sono al 2". Stesso discorso per le presenze.
E come alla fine di ogni anno scolastico che si rispetti, Cittadinanzattiva ha affisso i quadri con promossi e bocciati. Classifiche elaborate, anche queste, sulla base di quei criteri (presenze, firme agli atti, interventi, votazioni). Ed ecco allora la pidiellina Angela Napoli in testa ai virtuosi, affiancata dalla senatrice radicale-Pd Donatella Poretti (entrambe con un bel 10 per indici di attività). Maglia nera tra i "bocciati", invece, al coordinatore del Pdl Denis Verdini alla Camera e al senatore (anche lui pdl) Marcello Pera, che di Palazzo Madama è stato presidente. "È la prima volta che i cittadini accendono un faro sui lavori del Parlamento, basato su dati incontrovertibili e pubblici - spiega Antonio Gaudioso di Cittadinanzattiva - . È giunto il momento che gli elettori si assumano la responsabilità di verificare le attività delle istituzioni, tanto più utile nel momento in cui viene a mancare il rapporto diretto con gli eletti, ormai semplici nominati".

NON SPARATE ALLA RICERCA



Tra giugno e dicembre il governo licenzia 430 precari della ricerca ambientale
I lavoratori Ispra presentano un clip sulla morte dei controlli sull’ambiente

Giovedì 18 giugno, dalle 19.30
Caffè Fandango, Piazza di Pietra 32/33

I precari dell’Ispra (Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale), vogliono fermare il licenziamento di 430 loro colleghi previsto tra giugno e dicembre, già annunciato dalla struttura commissariale che gestisce l’Istituto: per sensibilizzare l’opinione pubblica, presentano quindi un clip autoprodotto, dal titolo “Non sparate alla ricerca”, per spiegare cosa accadrà con la “morte” della ricerca e dei controlli ambientali.
Alla proiezione, prevista per le 19.30 del 18 giugno al Caffè Fandango di Roma, farà seguito una tavola rotonda sulla situazione e le prospettive della ricerca ambientale in Italia dal titolo “La ricerca di Pulcinella”, cui parteciperanno personalità del mondo scientifico e politico, ricercatori ed ambientalisti. Nell’occasione, sarà anche presentata una lettera aperta che i precari Ispra hanno scritto al Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, responsabile del dicastero vigilante sull’Istituto e sui suoi lavoratori. Verrà dato il via anche ad una raccolta di firme cui tutti i cittadini potranno aderire, visto che avverrà sul web, attraverso il sito internet www.nonsparateallaricerca.it
Fino all'anno scorso, esistevano due Enti pubblici di Ricerca: l’Icram, unico Ente pubblico ad occuparsi di mare, in un Paese con 8mila Km di coste, e l’Infs, l’Istituto nazionale Fauna selvatica. Esisteva poi un’Agenzia governativa per l’Ambiente, l’Apat, che si occupava di Protezione Ambientale: ognuno dei tre soggetti aveva un’identità forte e competenze tecnico‐scientifiche di grande livello, ma fondamentalmente diverse tra loro. Ad Agosto 2008, il Governo li ha fusi in un’unica entità, creando l’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale (Ispra).
Da quel momento, tutte le procedure economico‐amministrative che erano state ritagliate su misura per le varie attività dei tre ex enti sono state sostituite con procedure arcaiche e farraginose, assolutamente non idonee allo svolgimento delle attività di ricerca.
Ora, sono 200 le persone che il 30 giugno vedranno i loro contratti non rinnovati, e da qui alla fine dell’anno si arriverà al licenziamento di 430 unità pari a più di 1/3 del personale ISPRA.
I precari chiedono chiarezza e garanzie sul proprio futuro, come su quello della tutela dell’ambiente in Italia.

lunedì 15 giugno 2009

Bozza di lettera da inviare alla stampa

Abbiamo preparato una lettera che vorremmo inviare alle redazioni dei giornali e/o a programmi di approfondimento, per informare l’opinione pubblica su quanto sta accadendo in Ispra. L’intenzione è quella di inviarla allegando almeno 215 firme di colleghi precari (il 50 % del totale dei precari) al fine di dare forza e credibilità all’iniziativa. Pertanto invitiamo tutti i colleghi a leggere con attenzione la lettera (verificando in particolare i riferimenti normativi e il riferimento al lavoro atipico) segnalando tramite il blog eventuali errori ed imprecisioni in essa contenuti. La lettera è di tutti noi e si è cercato quindi di fornire un quadro rappresentativo ma sintetico della nostra realtà. Chiunque ritenesse di non essere stato rappresentato o credesse che ci siano degli aspetti importanti da segnalare possono dare il loro contributo su questo blog. Vi ricordiamo che, per ovvie ragioni di comunicazione, la lettera deve essere molto sintetica. Vi chiediamo inoltre di spargere voce tra i colleghi invitandoli a connettersi al blog per prendere visione della lettera in quanto la miglior cosa sarebbe di riuscire a contattare le redazioni giornalistiche prima dei ballottaggi delle amministrative. Il tempo quindi è pochissimo!

Per la raccolta delle firme comunicheremo come fare.



Egr. Direttore,

siamo 430 lavoratori precari dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Per meglio chiarire il termine “precari”, tanto inviso ad alcuni ministri, le tipologie contrattuali con le quali siamo inquadrati nell’Istituto vanno dai co.co.co ai tempi determinati, fino agli assegni di ricerca. Il 30 giugno circa 200 di noi, che in molti casi hanno un’esperienza superiore a cinque anni nell’Istituto, rimarranno senza lavoro e la stessa sorte toccherà nei mesi successivi agli altri, a causa delle norme fortemente volute dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, che rendono di fatto impossibile l’estensione dei contratti in scadenza. Questo è quanto comunicato dalla struttura commissariale, attualmente a capo dell’ente, in un incontro con le rappresentanze sindacali.

Le norme che, salvo interventi normativi dell’ultima ora, determineranno l’epilogo della nostra esperienza nell’Istituto, sono in particolare l’art. 46 della Legge 6 agosto 2008, n. 133 e l’articolo 3 della Legge Finanziaria 2008: sottolineiamo come le risorse economiche necessarie al rinnovo dei contratti fino al 31/12/2009 siano già state accantonate e dunque, come del resto confermato dai commissari, il problema non è economico ma politico. Entrando nel merito, la prima norma citata vieta alle pubbliche amministrazioni di “ricorrere all’utilizzo del medesimo lavoratore con più tipologie contrattuali per periodi di servizio superiori al triennio nell’arco dell’ultimo quinquennio”, mentre l’altra fa divieto alle amministrazioni di impegnare una quota superiore all’80% del bilancio per pagare il personale. Essendo stato tale limite superato dall’Istituto, la struttura commissariale ha individuato nel non rinnovo dei contratti in scadenza l’unico strumento per rientrare nei limiti di legge.

Data la situazione, appare surreale il fatto che il ministro competente, On. Prestigiacomo, non si sia ad oggi preoccupato di incontrare i sindacati dell’istituto, a meno di venti giorni dalla scadenza di quasi 200 contratti.

Con questa lettera desideriamo portare all’attenzione Vostra e dell’opinione pubblica la nostra situazione, evidenziando le palesi contraddizioni contenute nelle motivazioni addotte dal Ministro della Funzione Pubblica per giustificare l’attuazione delle norme citate. Negli scorsi mesi, infatti, il ministro Brunetta ha giustificato i provvedimenti ricorrendo ad una serie di affermazioni spesso tese, a nostro avviso, ad occultare il problema distorcendo la realtà dei fatti. E’ dunque opportuno riportare la realtà delle cose al centro della discussione. La realtà per noi è costituita dal nostro lavoro di questi anni, con tutte le difficoltà legate, da una parte alla condizione di precarietà, dall’altra alla condizione di un Istituto che in pochi anni ha subito vari commissariamenti e ristrutturazioni, le cui ragioni sembrano più derivare più da logiche politiche che non dalla ricerca di una maggiore efficienza nell’attività dell’ente.

Rispondiamo dunque qui di seguito ad alcune esternazioni del ministro Brunetta sulla base della nostra esperienza diretta

Brunetta: “Possiamo chiamare i precari come lavoratori con contratto a tempo determinato?”

(la7- trasmissione Otto e mezzo settembre 2008)

No, non è possibile chiamare i precari come lavoratori a tempo determinato poiché tale definizione sarebbe una distorsione della realtà. I precari dell’Istituto così come riteniamo purtroppo di molte altre realtà del Paese, sono un complesso assai eterogeneo costituito, oltre che da lavoratori a tempo determinato, da lavoratori con contratto cococo, e con assegno di ricerca (check).

Brunetta: “Li chiamerei lavoratori flessibili e non precari perchè la parola precario mi fa venire l'orticaria», ………io stesso ho fatto il precario tanti anni all’università”

(mercoledì 6 maggio 2009 il Messaggero)

Brunetta: coloro che non hanno titolo per entrare nella stabilizzazione non sono precari…sono lavoratori flessibili

(la7- trasmissione Otto e mezzo 8/04/ 2009)

No, siamo precari non flessibili. Quando il tuo contratto viene rinnovato di sei mesi in sei mesi, per anni, senza che le attività in oggetto subiscano o siano suscettibili d’interruzioni, come è accaduto per molti di noi, non sei un professionista che a fine prestazione rilascia fattura: sei una persona che potrebbe perdere il posto di lavoro solo perché cambiano gli indirizzi di governo, indipendentemente dalla propria prestazione.

Crediamo sia interessante soffermarci sulla locuzione “lavoratore flessibile”. Chi sono i lavoratori flessibili e cosa li differenzia dal precario?

L’obiettivo dichiarato delle leggi in materia di lavoro flessibile è duplice: da una parte favorire l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani, dall’altra sopperire ad emergenze o necessità temporanee di un datore di lavoro. E’ da sottolineare come, per contratti diversi da quelli di formazione, apprendistato o d’inserimento, non sarebbe in teoria possibile fare ricorso a contratti di tipo flessibile per mansioni connesse alla normale attività del datore di lavoro. Fatta questa precisazione, è per noi importante evidenziare come queste caratteristiche non siano in alcun modo riscontrabili in gran parte dei rapporti di lavoro di coloro che a partire da Giugno non vedranno rinnovati gli stessi.

Vi sono precari cococo che lavorano su progetti istituzionali che non hanno un termine temporale.

Vi sono tempi determinati che, nell’Istituto, hanno lo stesso inquadramento, le stesse mansioni e la stessa carriera dei colleghi a tempo indeterminato recentemente stabilizzati, con l’unica differenza nel posizionamento nella graduatoria di un concorso che è stato fatto nel 2004 dall’Istituto.

Vi sono tecnici informatici con contratto cococo che costituiscono il 50% della forza lavoro del settore informatico e che svolgono attività “strutturali” e fondamentali per la continuità del funzionamento dell’Istituto.

Vi sono i precari dell’ufficio del protocollo che svolgono attività ordinarie indispensabili nel nostro Istituto che si paralizzerebbe se tale ufficio non funzionasse in maniera continua ed efficiente.

E l’elenco potrebbe continuare con molti altri esempi.

Brunetta:non si può pensare che lo stato sia il grande ammortizzatore sociale, che la pubblica amministrazione sia il luogo dove lavori tre mesi e poi chiedi di essere stabilizzato.

Le persone che a partire da fine giugno non vedranno rinnovato il proprio contratto di lavoro non sono lavoratori stagionali che hanno prestato servizio nell’Istituto per tre mesi, bensì precari che nell’Istituto lavorano da molti anni, da 3, 5 o anche da 10 e in modo continuativo.

Brunetta: La PA è l’unico luogo in tutta Italia dove non c’è un licenziato non c’è un cassintegrato. La sua domanda fa riferimento al cosiddetto lavoro flessibile o ai cosiddetti lavoratori precari che per definizione sono flessibili

(la7, trasmissione 8 e mezzo dell’8/04/2009)

non c’è bisogno di una moratoria di licenziamenti nel settore pubblico perché semplicemente non vi saranno licenziamenti dal 1 luglio nelle pubbliche amministrazioni.

(ANSA 25 maggio 2009)

E’ vero, dal 1° luglio nel settore pubblico non ci saranno licenziati bensì lavoratori ai quali più semplicemente non verrà rinnovato il contratto di lavoro. La differenza tra le due condizioni è solamente di tipo formale perché in entrambi i casi sia colui che è stato licenziato sia colui al quale il contratto di lavoro non è stato rinnovato verrà a mancare uno stipendio a fine mese.


domenica 14 giugno 2009

Precari ISPRA interrompono il convegno sulla Carta della Natura

La protesta riguarda il mancato rinnovo di 430 precari, molti dei quali di lunga data. Molte attività rallenteranno, altre si fermeranno.