LA PETIZIONE DA FIRMARE

martedì 21 ottobre 2008

I precari dell’Ogs bloccano l’attività

Occupata simbolicamente la sede. «A rischio un posto di lavoro su 4»
Dopo la protesta dei riceratori dell'Osservatorio astronomico di via Tiepolo, da ieri anche il personale non di ruolo dell'Ogs ha deciso di interrompere la propria attività per dire no alla legge 133. I precari e i ricercatori vincolati da contratto «atipico» di lavoro all'Istituto nazionale di Oceanografia e di geofisica sperimentale hanno «occupato simbolicamente l'edificio principale dell'ente - spiega una rappresentante (che vuole mantenere l'anonimato) a nome di tutti i precari -. Vogliamo dare sfogo alla nostra amarezza nei confronti del governo e manifestare il dissenso sulle nuove disposizione ammazza-precari che minacciano il futuro della ricerca italiana. Si tratta di un'azione nata in accordo con altri enti d'eccellenza del territorio».

«Lo Stato spreca la ricerca»: questa la scritta apparsa sullo striscione preparato dal gruppo di lavoratori dell'Ogs. La protesta è stata supportata anche da alcuni colleghi di ruolo dell'ente, la cui dotazione di personale è composta da 260 unità di cui 112 tra precari (tempi determinati) ed atipici (co.co.co., assegni di ricerca e borse di studio), come conferma ancora la rappresentante dei lavoratori. Che aggiunge: «Vogliamo difendere il nostro posto, alcuni di noi - precisamente il 23 per cento, specifica una nota - rischiano di perderlo a partire dal 1° luglio del 2009. Qui c'è gente che presta la sua opera da dieci anni: tagliando noi, peraltro, si sprecano le risorse investite dallo Stato in passato».

L'iniziativa del personale precario e atipico dell'Ogs mira a dare un segnale forte al mondo politico e all'opinione pubblica e trova le sue motivazioni scatenanti in particolare nell'approvazione dell'articolo 37 bis della legge 133, quello che riguarda le nuove disposizioni in materia di stabilizzazione. «Le norme in questione - specifica ancora il comunicato inviato direttamente dai ricercatori dell'Ogs - forniscono indicazioni molto chiare sulla conclusione dei contratti a termine, ma non considerano il personale atipico e sono molto nebulose sui tempi e le modalità di assunzione». Tra le richieste alle istituzioni c'è anche quella con cui si domanda a gran voce il ricorso a concorsi: «Per garantire la continuità delle attività dell'ente è necessaria una programmazione che preveda nuove procedure di assunzione basate su criteri meritocratici».

E infine i lavoratori che hanno dato vita alla protesta chiedono ancora provvedimenti «che consentano un progressivo e continuo processo di inserimento in ruolo del personale precario e atipico in accordo con la Carta europea dei ricercatori».

«Io, precaria da 12 anni premiata in Israele per una ricerca sul cancro»

di Carla Massi
ROMA - Ha scoperto che una tossina estratta da una spugna del Mediterraneo può diventare un’arma vincente contro il tumore del polmone. A novembre, per questo lavoro, Laura Paleari, 36 anni, da 12 precaria all’Istituto tumori di Genova, verrà premiata a Gerusalemme durante la più importante assise mondiale sulle ricerche sul cancro. Sarà premiata per questo brevetto che, una volta sviluppato, diventerà un farmaco da prescrivere appena fatta la diagnosi di neoplasia. Parliamo di un successo italiano che la Paleari è riuscita a conquistare insieme ad altri tre ricercatori (tutti precari come lei) del Cnr e dell’università di Genova. Erano in quattro, poco prima del 2005 quando hanno iniziato a studiare la spugna. Oggi sono rimasti in due a continuare a lavorare sulla tossina salva-polmone. Perché il gruppo si è dimezzato? Semplice. Perché solo due dei quattro sono riusciti a sostenere la vita da precari in laboratorio. Gli altri due, per meri motivi economici, hanno dovuto mollare. «Uno - spiega Laura Paleari - ha accettato di fare l’informatore scientifico, che vuol dire andare negli studi medici a promuovere i farmaci di un’azienda, mentre l’altro, sempre da precario, insegna scienze in un liceo. Li abbiamo persi dopo anni e anni di impegno». Federico Bottini, ricercatore precario da 16 anni all’istituto Gaslini di Genova, guadagna circa mille euro al mese. Ha superato i quaranta, si barcamena tra un mare di difficoltà ma, perché ostinato e determinato in quello che fa, non ha mai voluto lasciare i suoi progetti sui fattori di coagulazione. Luca Roz, 39 anni, è riuscito a collezionare borse di studio su borse di studio: si occupa di citogenetica, oncologia sperimentale. Oggi sta all’Istituto nazionale tumori di Milano. Dice che ha tanta passione, che ha avuto riconoscimenti di qua e di là dell’Oceano ma, quando va in banca per chiedere un mutuo, riceve solo una calda stretta di mano perché lui ha poche garanzie (economiche) da dare.

Laura, Federico e Luca sono tre degli oltre 2500 ricercatori che lavorano nei diciotto istituti di ricerca, gli Irccs. «E’ un pazzo chi, nel nostro paese, vuol fare questo lavoro - dicono -. E’ ancora più pazzo e, più sfigato, chi entra in un istituto in cui si curano i malati e si fa ricerca. Pensiamo al Regina Elena di Roma, come l’Istituto tumori di Milano». Poche parole per ”raccontare“ qual è il quotidiano di questi piccoli-grandi scienziati senza posto fisso che dedicano la loro vita al microscopio di un Irccs. Una sorta di “topi di laboratorio” che, da poco, si sono riuniti in un’associazione perché il loro status giuridico-amministrativo è diverso dai loro colleghi che lavorano negli atenei. Già, camici dedicati alla scienza tutti e due, ma, sulla carta assai diversi e, soprattutto, con strade davanti assai diverse: i ricercatori degli Irccs, infatti, dipendono dal ministero della Salute mentre quelli degli atenei dal ministero dell’Università. Tutta qui la differenza?

«Apparentemente sembra una banalità - spiega Laura Paleari che è portavoce dei ricercatori Irccs - ma, nella realtà, la nostra vita professionale e la loro è molto diversa. E, a tempi brevi, sarà ancora più diversa. Noi possiamo essere considerati come dei dipendenti di un ministero, della pubblica amministrazione in generale, mentre gli altri hanno la possibilità di fare la carriera universitaria. Noi siamo degli autentici co.co.co con tutti i problemi dei rinnovi del contratto mentre gli altri hanno, diciamo i più fortunati, un possibile iter negli atenei». Un problema: dagli anni ’90, nella pubblica amministrazione, le assunzioni sono bloccate. Una particolarità: in questi istituti esistono leader dei gruppi di ricerca che sono precari da oltre vent’anni. La maggior parte sono chimici e biologi. «I medici - dicono ancora - riescono ad essere meglio “riciclati” negli istituti. I biologi e i chimici, invece, rischiano mano a mano di sparire. Per giunta, le ultime direttive del governo mettono dei paletti ai rinnovi dei contratti a termine per chi lavora nella pubblica amministrazione. E noi come faremo?». Già oggi nei diversi istituti gli amministratori stanno lavorando sull’interpretazione delle ultime norme secondo le quali non è possibile «ricorrere all’utilizzo del medesimo lavoratore con più tipologie contrattuali per periodi di servizio superiori al triennio nell’arco dell’ultimo quinquennio». E noi, si domandano i ricercatori degli istituti, come facciamo dal momento che andiamo avanti solo con contratti a termine che vanno da uno a tre anni per volta? Contratti che, in realtà, sono borse o contributi di fondazioni. «Un grande problema burocratico - aggiunge la Paleari - che appesantisce il lavoro di tutti i giorni e che, piano piano, sta spingendo tutti ad andare a bussare ad altre porte. Ma, la stragrande maggioranza, ha un’età media di 40 anni. Non sappiamo dove andare, non abbiamo, in queste condizioni, una carriera davanti da poter perseguire. Siamo una forza della ricerca italiana ma, in modo più o meno evidente, stiamo anche scomparendo». Come le specie in via di estinzione.

Allarme disoccupazione e sottooccupazione: una lettera al presidente Napolitano

Gent.ma Redazione

vorremmo richiamare l'attenzione dei media della nostra città sulla difficile situazione che stanno vivendo circa 30 precari (occupati con contratti co.co.co., borse di studio ed assegni di ricerca) che lavorano presso il Centro di Ricerca per la Cerealicoltura di Foggia in seguito all'emendamento presentato dal governo all'art. 37 del DDL 1441-quater. L'emendamento annulla tutte le norme sulla stabilizzazione contenute nelle ultime due finanziarie ed introduce un meccanismo di licenziamento a fine proroga e non oltre tre mesi dopo l'approvazione del disegno di legge collegato alla Finanziaria. Ciò significa che alla scadenza dei contratti i lavoratori co.co.co e a tempo determinato non avranno rinnovato il loro rapporto di lavoro. Il Centro di Ricerca per la Cerealicoltura di Foggia rappresenta oggi il punto di riferimento della ricerca sui cereali in Italia. Il recente Piano di riordino del Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura (CRA) ha, infatti, riconosciuto a questa realtà un ruolo d'eccellenza nel settore della ricerca avanzata in agricoltura seppure con un organico ampiamente sottodimensionato (9 ricercatori contro i 30 previsti dal piano di riordino). In questo modo il Centro di Ricerca rischia di subire conseguenze pesantissime dal momento che il personale precario rappresenta la spina dorsale per la maggior parte delle attività di ricerca che vengono condotte presso il Centro. L'elevatissima professionalità raggiunta in tanti anni di precariato rende questi ricercatori difficilmente collocabili sul mercato del lavoro soprattutto se a questo aggiungiamo l'ulteriore provocazione rappresentata da un altro emendamento che prevede la regionalizzazione dei concorsi e quindi la difficoltà, anche volendo, di partecipare ai concorsi banditi in altre Regioni. E' paradossale che mentre la fuga dei cervelli viene denunciata in continuazione in tutte le occasioni e da parte di tutte le forze politiche, vengano presi provvedimenti che vanno nella direzione opposta disincentivando e bloccando non solo le nuove assunzioni ma anche la possibilità di sfruttare a pieno i tanto enfatizzati strumenti della flessibilità. Il nostro è un grido di allarme. Vorremmo il sostegno dei rappresentanti politici del nostro territorio e fare in modo che il governo torni indietro nelle sua decisione ritirando l'emendamento e riaprendo le stabilizzazioni.
I precari del CRA-CER di Foggia

La lettera
Egr. Sig. Presidente della Repubblica,

con la presente vorremmo porre alla Sua attenzione le conseguenze che comporterà nell'impiego da parte delle Pubbliche Amministrazioni l'attuazione della recente disposizione normativa di cui al D.L. n. 112/2008, convertito con modificazioni nella Legge n. 133/2008, con specifico riferimento all'art. 49 comma 3 (Lavoro flessibile).

Nel suddetto comma il legislatore intima le PP.AA. a non assumere personale a tempo determinato che abbia già vantato un periodo di lavoro pari a 36 mesi nell'ultimo quinquennio. Infatti, l'art. 49 comma 3 così recita "Al fine di evitare abusi nell'utilizzo del lavoro flessibile, le amministrazioni, nell'ambito delle rispettive procedure, rispettano principi di imparzialità e trasparenza e non possono ricorrere all'utilizzo del medesimo lavoratore con più tipologie contrattuali per periodi di servizio superiori al triennio nell'arco dell'ultimo quinquennio."

Stranamente con lo stesso requisito (tre anni lavorativi negli ultimi cinque anni) il Parlamento approvava la Legge n. 296/2006 che all'art. 1, commi 519 e 520, prevedeva per le PP.AA. la possibilità di stabilizzare il personale precario con contratti a tempo determinato al fine di eliminare il precariato esistente che si era accumulato presso gli Enti pubblici in virtù del blocco delle assunzioni. Di seguito e al fine solo di essere chiari si riportano testualmente i commi sopra citati:

  • art. 1 comma 519. " Per l'anno 2007 una quota pari al 20 per cento del fondo di cui al comma 513 è destinata alla stabilizzazione a domanda del personale non dirigenziale in servizio a tempo determinato da almeno tre anni, anche non continuativi, o che consegua tale requisito in virtù di contratti stipulati anteriormente alla data del 29 settembre 2006 o che sia stato in servizio per almeno tre anni, anche non continuativi, nel quinquennio anteriore alla data di entrata in vigore della presente legge, che ne faccia istanza, purché sia stato assunto mediante procedure selettive di natura concorsuale o previste da norme di legge. Alle iniziative di stabilizzazione del personale assunto a tempo determinato mediante procedure diverse si provvede previo espletamento di prove selettive. Le amministrazioni continuano ad avvalersi del personale di cui al presente comma, e prioritariamente del personale di cui all'articolo 23, comma 1, del decreto legislativo 8 maggio 2001, n. 215, e successive modificazioni, in servizio al 31 dicembre 2006, nelle more della conclusione delle procedure di stabilizzazione. Nei limiti del presente comma, la stabilizzazione del personale volontario del Corpo nazionale dei vigili del fuoco è consentita al personale che risulti iscritto negli appositi elenchi, di cui all'articolo 6 del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139, da almeno tre anni ed abbia effettuato non meno di centoventi giorni di servizio. Con decreto del Ministro dell'interno, fermo restando il possesso dei requisiti ordinari per l'accesso alla qualifica di vigile del fuoco previsti dalle vigenti disposizioni, sono stabiliti i criteri, il sistema di selezione, nonché modalità abbreviate per il corso di formazione. Le assunzioni di cui al presente comma sono autorizzate secondo le modalità di cui all'articolo 39, comma 3-ter, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni."
  • art. 1 comma 520. " Per l'anno 2007, per le specifiche esigenze degli enti di ricerca, è costituito, nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze, un apposito fondo, destinato alla stabilizzazione di ricercatori, tecnologi, tecnici e personale impiegato in attività di ricerca in possesso dei requisiti temporali e di selezione di cui al comma 519, nonché all'assunzione dei vincitori di concorso con uno stanziamento pari a 20 milioni di euro per l'anno 2007 e a 30 milioni di euro, a decorrere dall'anno 2008. All'utilizzo del predetto fondo si provvede con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da adottare, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentite le amministrazioni vigilanti, su proposta della Presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento della funzione pubblica, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze - Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato."


Pertanto, alla visione di quanto sopra detto entrambi i provvedimenti legislativi sembrano andare nella giusta direzione riguardo all'eliminazione del "precariato" ma il meccanismo di azione è contraddittorio e sperequativo. Infatti, se è vero che molti non hanno raggiunto entro la fine di dicembre 2006 i tre anni di contratti di lavoro, magari anche solo per pochi giorni, nei cinque anni di riferimento per essere stabilizzati nel 2007, è altrettanto vero che presso la stessa struttura quei lavoratori precari venivano impiegati solo per alcuni mesi o ad intermittenza nell'arco dell'anno, permanendo di fatto per decenni nell'Ente. Parimenti è la situazione di quei lavoratori precari che pur raggiungendo alla fine di dicembre 2007 il requisito temporale (3 anni di contratto a t.d. negli ultimi cinque anni) per essere stabilizzati nel 2008 in mancanza dell'avviamento della procedura di stabilizzazione da parte delle PP.AA. si ritroveranno, in attuazione del D.L. n. 112/2008, senza lavoro alla scadenza del contratto stesso. Insomma, l'assurdità di queste leggi è che la transizione dal 2007 al 2008 ha comportato per la stessa tipologia di lavoratori precari e per gli stessi requisiti temporali da una parte, i più fortunati del 2007, la conversione del proprio status lavorativo da precario a contratto a tempo indeterminato mentre, dall'altra parte, coloro i quali, i più sfortunati del 2008, pur avendo acquisito una professionalità, militando per lunghi anni nelle PP.AA., non resta che la disastrosa prospettiva dello status non di precario ma di disoccupato.

CHE GIUSTIZIA SOCIALE è QUESTA? CI SONO PRECARI DI SERIE "A" ED ALTRI DI SERIE "B"? LA MERITOCRAZIA CHE FINE HA FATTO?

Tale situazione porterà sicuramente, con un colpo di spugna, ad una diminuzione se non all'estinzione del precariato, ma a quale prezzo? Aumenterà, invece, la disoccupazione! Infatti, gli Enti pubblici, in particolare quelli di ricerca, non avranno alcun interesse a formare nuovo personale per vederselo andare via dopo soli tre anni, periodo troppo breve per concludere seriamente un'attività di ricerca.

Il ricorso a tipologie contrattuali flessibili, da parte delle Pubbliche Amministrazioni, negli anni si è certamente trasformato in veri e propri abusi che hanno condannato alla precarietà migliaia di persone e le stesse Amministrazioni. La strategia da adottare per sanare questa situazione è la stabilizzazione dei precari che nel frattempo si sono creati. Diversamente ci saranno solo licenziamenti di massa, perdita di preziose competenze ed impossibilità per le Amministrazioni di continuare ad operare.

Signor Presidente, chi Le scrive sono i lavoratori precari, storici e non, dell'Ente Pubblico di Ricerca, denominato come C.R.A - Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura, e precisamente del Centro di Ricerca per la Cerealicoltura di Foggia. Per "pura sfortuna", non raggiungendo il requisito temporale richiesto ai sensi della Legge n. 296/2006 (Legge finanziaria 2007) per la stabilizzazione, alla scadenza del contratto in essere (fine 2008) non si vedranno più rinnovato il proprio contratto di lavoro certamente non per negligenza o per inettitudine ma semplicemente perchè ai sensi del D.L. 112/2008 saranno "disoccupati per legge". E poiché le disgrazie non vengono mai da sole, a peggiorare la situazione ci sono ulteriori provvedimenti legislativi (collegati alla Finanziaria 2009) che intervengono più energicamente sulla questione relativa alla stabilizzazione dei precari con contratto a t.d. Uno di questi provvedimenti, ad opera dei Ministri Brunetta-Tremonti, è il D.D.L. n. 1441 quater, in corso di approvazione al Parlamento, un emendamento nel quale si sopprimono le disposizioni del comma 519 della L. n. 296/2006 (Finanziaria 2007) e di tutte le misure normative successive finalizzate alla stabilizzazione del precariato pubblico, dalla cui permanenza dipendono, invece, le speranze di mantenimento in servizio e di futura stabilizzazione di migliaia e migliaia di lavoratori precari pubblici.

Signor Presidente della Repubblica, in nome e per conto di tutti i lavoratori precari, la stragrande maggioranza formata da giovani con famiglia e prole, Le chiediamo di intervenire energicamente sulla celere revisione del D.L. 112/2008, convertito con modificazioni nella Legge n. 133/2008, e del D.D.L. n. 1441, in fase di approvazione, al fine di non dimenticare che dietro ad ogni lavoratore precario c'è una storia ed una professionalità da salvaguardare e che grazie alla loro dedizione al lavoro e al senso di appartenenza alla struttura lavorativa hanno sostenuto e salvaguardato queste strutture di ricerca dall'abbandono e dall'isolamento scientifico. Oggi questi provvedimenti legislativi vorrebbero, invece, cancellare tutto questo in nome della maggiore efficienza delle PP.AA.

Signor Presidente, il Centro di ricerca per la Cerealicoltura di Foggia è una realtà importante a livello nazionale, che vanta numerosi progetti di ricerca con collaborazioni internazionali. Attualmente il numero di strutturati del Centro è ancora molto limitato, pertanto un congruo gruppo di giovani ricercatori non strutturati e che da anni hanno acquisito una notevole esperienza nel settore, impegnandosi con passione e lavorando anche più di 10 ore al giorno, rischiano a causa delle nuove normative di vedere sbarrata la strada che hanno intrapreso con dedizione.

Sicuri di un Suo interessamento ad un problema così sentito ed iniquo, ci affidiamo nelle Sue mani, intervenendo negli ambiti istituzionali di pertinenza, per ripristinare il senso di giustizia che in questa Legge e al legislatore è venuto a mancare.

Cordialmente,

i lavoratori precari del CRA-Centro di Ricerca per la Cerealicoltura di Foggia.

lunedì 20 ottobre 2008

Rischio idrogeologico per il 73% dei Comuni laziali

Roma - L'indagine "Ecosistema Rischio 2008" realizzata da Legambiente Lazio fornisce un risultato piuttosto allarmante: il 73% dei Comuni laziali è a rischio idrogeologico. Il pericolo concreto, dovuto all'interazione tra la superficie e le acque, è quello di fenomeni naturali come alluvioni, frane, smottamenti, inquinamento delle falde idriche, erosione delle coste che può provocare danni all'ambiente e alle persone. L'attività di monitoraggio svolta da Legambiente ha messo in risalto anche l'opera di mitigazione del rischio idrogeologico svolta dai comuni capoluogo: solo Roma e Frosinone attuano sufficienti misure di previsione e prevenzione in tale direzione, mentre Rieti ha ricevuto una valutazione fortemente negativa.
"La situazione è preoccupante poiché il territorio italiano è ad elevatissimo rischio geologico", afferma il responsabile del movimento Italia dei Diritti per la Regione Lazio, Vittorio Marinelli, il quale sottolinea come in materia esista una legislazione arcaica che risale addirittura ad un Regio Decreto dei primi del Novecento. "Il problema - prosegue Marinelli - è quello della frammentazione delle competenze, ripartite tra Regioni, Province, Comuni e Comunità montane". A fronte di questa quadro generale, l'esponente dell'Italia dei Diritti denuncia anche la condizione di precarizzazione diffusa degli esperti del settore: "Sempre più spesso assistiamo al licenziamento di geologi e tecnici, ultimo caso il licenziamento dei precari dell'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che insieme ad altri enti ha la competenza di tutela ambientale e di salvaguardia del territorio italiano". In relazione ai risultati forniti dall'indagine di Legambiente Lazio, Marinelli afferma: "Purtroppo non ci stupiamo di questo dato che fotografa una realtà che geologi ed esperti denunciano inascoltati da tanto tempo" e conclude con una amara riflessione: "Come è nel malcostume italiano si aspetterà il prossimo disastro che, sulla scia delle tante sciagure storiche annunciate, dal Vajont alle varie alluvioni del Sarno, potrebbe verificarsi da un momento all'altro".

Dalle frane al nucleare, chi vigilerà sull'Italia?

Chi monitora le frane che squassano il Paese se i precari Ispra vengono cacciati? Chi controlla il nucleare se a fine anno l'organico del servizio sarà dimezzato dal licenziamento dei co.co.co.? E chi restituirà alla Comunità europea 3 milioni di euro visto che il responsabile del progetto web (stipendio lordo da 45mila euro all'anno) rischia il posto di lavoro? Tra tempi determinati e collaborazioni atipiche, sono 678 i precari in fibrillazione all'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. E il dato -fornito oggi in conferenza stampa (all'hotel Nazionale)- è decisamente più alto di quello ufficiale dell'amministrazione. Tra l'altro, a quanto sostengono i lavoratori Ispra, oltre 400 potrebbero tornarsene a casa da qui a Natale. Altro che 'stabilizzazione', come assicurava la finanziaria nel 2007 e 2008: o qui il governo annulla il blocco (fissato al primo luglio 2009) dell'assunzione dei precari oppure- denunciano ricercatori e professionisti dell'Ispra- in Italia salteranno i controlli ambientali e l'Italia si troverà subissata di sanzioni Ue. Spiega Roberta Alani, dal 2002 all'ex Apat: "Nel settore della certificazione ambientale dove lavoro il 70% sono tempi determinati e co.co.co., se ci mandano a casa l'organico a fine dicembre sarà ridotto del 50%, non si potrà più garantire la certificazione Emas e l'Ecolabel". E così, a quanto affermano altri ricercatori e tecnici in conferenza stampa, è per tutti i servizi dell'ente di controllo ambientale. Dice Luca De Micheli, geologo dal curriculum prestigioso: "Il 50% dei precari ex Apat fanno il 90% del lavoro. L'efficienza dell'ente è garantita proprio da questo personale che Brunetta sta mandando a casa in barba alla meritocrazia". Lui è stato appena indicato dai suoi colleghi europei come futuro segretario generale dell"EuroGeoSurveys', l'Associazione dei servizi geologici d'Europa, ma l'Ispra- dice De Micheli ricordando che il suo contratto scade l'8 novembre e "non so se sarà rinnovato e per quanto tempo"- "non è in grado di assicurare il mio invio a Bruxelles, vorrà dire che io andrò comunque a Bruxelles- aggiunge amaro- a rappresentare un altro paese, ecco la situazione paradossale". Ma "un ente serio- insiste- non può permettersi di trattare il proprio personale di elevatissima professionalità in questo modo". E già, perché il punto è che i precari Ispra -anche chi rischia di perdere il posto tra pochi giorni- non sanno ancora che fine faranno, nessuno ancora gli ha comunicato nulla. E tra loro in molti sono vincitori di concorso (il 'concorsone' del 2005), e a molti di loro è stato garantito che quello era il percorso di accesso alla stabilizzazione. E il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo? "Non una risposta. Le soluzioni ci sono, ma al ministero- denuncia Francesca Assennato- c'è un muro di gomma". Ciò che in realtà si teme è l"esternalizzazione' dei servizi. I precari lo accennano solo, non hanno elementi a conferma, ma "la questione ambientale- avvertono- non può essere trattata da soggetti privati, queste sono tematiche che tutti dovrebbero considerare di ambito pubblico".

Tagli Ispra, a rischio anche i controlli ambientali?

di Roberto Della Seta *

ROMA. Impedendo la stabilizzazione e di fatto mettendo alla porta centinaia di ricercatori dell’Ispra, il governo sottopone il paese a grave rischio perché verrebbero meno i controlli ambientali in settori critici come quelli dei rifiuti, del nucleare e della difesa del suolo.
Dietro i numeri snocciolati dal governo e allocati alla voce tagli vi sono centinaia di ricercatori, con esperienza pluriennale e spesso con curricula internazionali che da anni portano avanti in una situazione di notevole criticità l’attività di protezione dell’ambiente.
Il governo giustifica la rinuncia alla stabilizzazione come un necessario taglio alla spesa pubblica ma non viene considerato quanto costeranno allo stato i danni causati da un indebolimento così radicale della sicurezza e dei controlli ambientali.
Mandare a casa quasi 700 ricercatori dell’Ispra, che da luglio ha incorporato l’Apat, significa che a partire dalla fine dell’anno sono a rischio controlli ambientali in settori come quelli dei rifiuti, nucleare, difesa del suolo, emergenze ambientali, siti contaminati ed emissioni in atmosfera.
Per essere chiari chi monitora le frane che squassano il paese o chi controlla le scorie nucleari ancora presenti nel nostro paese se l’organico dell’Istituto per la protezione e la ricerca ambientale vedrà il suo organico ridotto ai minimi termini?
Oltre all’ennesima e penalizzante fuga di cervelli, il taglio delle risorse avrà non solo prevedibili e gravi ricadute sociali ma comporterà anche la forzata rinuncia ai controlli ambientali e di conseguenza –l’Italia si troverà subissata di sanzioni Ue.
* Senatore e capogruppo Pd in commissione Ambiente

Ecco a che servono i tagli!

Nucleare, arriva l'Agenzia per la sicurezza

La centrale nucleare francese di FlamanvilleIl Messaggero - ROMA (20 ottobre) - Arriva l'Agenzia per la sicurezza nucleare. Lo prevede il ddl collegato alla Finanziaria in discussione in queste settimane in Parlamento. La commissione Attività produttive della Camera ha dato il via libera al pacchetto energia che passerà a breve all'esame di palazzo Madama.
Ma la gestazione della nuova Authority non è stata certo facile. Sulla nascente Agenzia, che dovrà avere compiti tecnici, di valutazione e di indirizzo, è scoppiata una specie di guerra di attribuzioni: infatti, fino ad oggi le competenze sul nucleare erano dell'ex Apat (oggi Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ovvero del ministero dell'Ambiente, mentre a volere un ruolo di primo piano sono il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola e l'Enea.
La querelle è stata risolta dai provvedimenti approvati dalla commissione di Montecitorio che, se confermati dai senatori, prevedono che l'Agenzia del nucleare sia in capo alla presidenza del Consiglio. Il presidente della commissione, Andrea Gibelli, esprime «grande soddisfazione per il lavoro scrupoloso e per il clima sereno e collaborativo con cui si è lavorato».
L'accordo prevede che l'organizzazione e il funzionamento interni della nascitura Agenzia saranno stabiliti attraverso un decreto «del presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministero dell'Ambiente, d'intesa con lo Sviluppo economico». Un'altra novità, derivante dagli emendamenti approvati dalla Camera, prevede la nascita di una nuova Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile. Si chiamerà Enes e sostituirà l'Enea (l'attuale Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente) che viene soppresso. Con la delega approvata dalla commissione Attività produttive il governo potrà predisporre la normativa entro il 30 giugno 2009. Un emendamento approvato prevede che «le aree per gli impianti nucleari saranno particolarmente protette» e fissa facilitazioni per le autorizzazioni per la costruzione, compresi gli espropri.
«Le spese di funzionamento degli organi dell'Agenzia per il nucleare - si legge nel ddl sviluppo - costeranno 500mila euro nel 2009 e 1,5 milioni a regime dal 2010». L'Agenzia sarà operativa dal secondo semestre 2009. Per quanto riguarda la copertura finanziaria a regime, a partire dall'anno 2010 - come emerge dalla documentazione governativa - «è ipotizzabile, in aggiunta, un meccanismo di autofinanziamento che sia basato sulla contribuzione da parte delle imprese operanti nel settore nucleare per i servizi resi dall'Agenzia». Mentre «i costi di funzionamento relativi a personale, risorse strumentali e logistiche saranno neutrali dal punto di vista finanziario perché integralmente compensati da corrispondenti diminuzioni di spesa per Ispra ed Enea».
Il tutto mentre l'Enel continua nel lavoro di preparazione tecnica, che dovrebbe portare all'operatività delle prime centrali nel 2017. La macchina guidata da Fulvio Conti (ad di Enel) si è messa in moto e aspetta di entrare a pieno regime. Infatti Conti ha già annunciato un piano di investimenti da 20 mld di euro, assicurando che tutto è pronto per il ritorno al nucleare.

Assunzioni Sgm. Interviene Bellanova

"C'è una contraddizione evidente nel comportamento del centrodestra a livello nazionale e a livello provinciale". Lo ha dichiarato Teresa Bellanova, componente della Commissione Lavoro alla Camera dei deputati, in merito alle assunzioni in Sgm

In provincia di Lecce la Sgm assume senza concorso. Teresa Bellanova, componente della Commissione Lavoro alla Camera dei deputati, ha dichiarato: "C'è una contraddizione evidente nel comportamento del centrodestra a livello nazionale e a livello provinciale. A livello nazionale – ha detto - i colleghi fanno i rigorosi: bloccano la stabilizzazione dei precari nella Pubblica amministrazione, mandano a casa i ricercatori e gli insegnanti, inseriscono il criterio della residenza per i concorsi pubblici e cancellano il valore del titolo di studio. Queste scellerate scelte sono sostenute anche dai parlamentari di centrodestra della nostra provincia che poi, qui da noi, cambiano atteggiamento. La Sgm infatti, presieduta da un parlamentare del PdL, ha assunto cinque persone senza alcuna prova selettiva. Com'è possibile? Qual è il criterio di queste scelte? A livello nazionale la Lega vuole impedire ai cittadini meridionali di vincere i concorsi, a livello locale il centrodestra vuole impedire ai comuni cittadini di aspirare a un lavoro meritato legando le assunzioni al criterio dell'affiliazione politica"?

Il seme che non potrà crescere

Il seme che non potrà crescere. Una parabola del Vangelo, con la quale spesso ci ammonivano, diceva: i buoni semi non germinano se finiscono fuori solco, sul terreno non lavorato o poco ben preparato. In queste settimane in tutta Italia sta crescendo la protesta nel mondo della scuola pubblica e la ricerca. Il buon seme - le elementari - in testa, le Università, i Centri di ricerca, le insegnanti, le mamme, gli studenti, i docenti, i ricercatori, scendono in piazza. Con le decine di migliaia di precarie e precari minacciati di licenziamento, molto spesso cinquantenni. Sanno che la ministra Gelmini e il ministro Brunetta (la prima ha ricevuto l'abilitazione da Avvocato a Procuratore in uno dei tanti concorsi farsa non indagati, Brunetta risulta tra i parlamentari europei più assenteisti), sono ministri che si guadagnano da vivere, dimostrando al Governo di saper distruggere la formazione e la conoscenza di questo Paese. Il loro obiettivo è stroncare il sistema pubblico, per affermare il loro sistema privatistico che promuove le caste e si finanzia con i soldi pubblici. Come sta avvenendo ora con le Banche. Brunetta dei ricchi e poveri: da alle banche togliendo alla scuola e alla ricerca. Come può un Paese crescere in questo modo? Brunetta vuole il Paese a sua immagine e somiglianza: un seme che non potrà crescere. Ma l'opinione nostra è diversa e le parole chiare: «Noi non pagheremo la vostra crisi» e «Il futuro è di chi lo ricerca ».

Il seme che non potrà crescere. Il Presidente del Consiglio, facendo una figuraccia mondiale, ha chiesto all'UE uno slittamento delle politiche contenute nell'accordo «Europa 2020»: entro il duemilaventi per salvare il clima, propone di conseguire la riduzione del 20% gli sprechi di energia elettrica, di ridurre del 20% le emissioni di CO2 e di aumentare del 20% l'efficienza energetica e la produzione di energia da fonti rinnovabili. Perchè rinviare? Perchè c'è la crisi e le nostre imprese, dicono lui e Confindustria, non possono investire in innovazione e risparmio energetico (tanto la bolletta, qualunque essa sia, la paghiamo noi). Di fronte allo sfascio del sistema finanziario capitalistico, nessuno si preoccupa dell'economia reale e degli elementi veri della crisi, comune a tutti i sistemi produttivi, dell'attuale modello legato al petrolio e alle altre fonti fossili, con un livello insostenibile di emissioni di CO2 per unità di prodotto, e di altri gas che alterano il clima.

L'altro giorno alla FAO, per la giornata mondiale dedicata all'alimentazione, si è discusso della crisi alimentare dovuta alla limitatezza della risorsa idrica, conseguenza ulteriore dei mutamenti climatici e dei processi di desertificazione, vero flagello dell'umanità. Quindi della necessità di trovare alternative nelle fonti rinnovabili durevoli, come il biodisel da biomasse non alimentari, tra gli altri l'olio di jatropha con un progetto che seguo in Madagascar.

Al contrario in Italia, paese “d'o sole”, con questa politica neppure il seme delle fonti rinnovabili crescerà, eccetto la Puglia dove abbiamo invertito la rotta e investito in ricerca e innovazione. Al contrario, il nostro Governo centrale rinuncia alla ricerca e alla formazione.

Il seme che non potrà crescere. Nei giorni scorsi valorosi agricoltori, produttori di grano dell'Appennino e del Tavoliere, hanno simbolicamente bloccato il porto industriale di Manfredonia. Li stava attraccata una nave con la stiva piena di grano proveniente dal Messico. Un centinaio di TIR in uscita doveva distribuire questo grano ai nostri mulini, evidentemente. Obiettivo della protesta, era quello di prelevarne un campione per esaminare la sua qualità. Tutti sappiamo del nuovo impegno delle associazioni di categoria, la Coldiretti e la CIA, verso la tutela dei consumatori e dei nostri prodotti di qualità. Durante il blocco i dimostranti osservano con stupore che per tanti camion in uscita altri ne entrano. Anche questi pieni di grano, prodotto però nel nostro straordinario granaio, destinato ad essere imbarcato per chi sa dove. Ecco svelato il marcio di una globalizzazione dei mercati folle e idiota. Antieconomica ed antiecologica. Nessuno si preoccupa di quanta CO2 viene emessa per questo sconfortante, doppio passaggio di mercato. Chi ha partecipato alla protesta ha confermato per questo anno di non voler seminare: i costi delle sementi e delle lavorazioni sono improponibili per il valore riconosciuto ad un quintale di grano di pregiata qualità. Se posso permettermi un appello al Presidente Vendola, alle associazioni degli agricoltori e agli industriali pugliesi: senza una politica agricola, sviliamo gli agricoltori, facilmente seducibili dai lauti canoni di affitto proposti dalle compagnie per impianti solari ed eolici. Piuttosto che sacrificarsi a produrre inutilmente buon grano da scambiare con altro grano rischiamo di sostituire. Perché allora non creare mulini, pastifici e forni per le zone vocate della Capitanata, a cominciare dall'Appennino, dove le buone lavorazioni fanno crescere rigogliosamente quel seme ricordato dal Vangelo. Una buona pratica per contribuire ad accorciare la filiera dei prodotti, dalla terra alla tavola, soprattutto riducendo il prezzo della nostra spesa. Una politica alimentare per mettere a riparo i consumatori con il Made in Puglia di buona qualità alimentare. In questo modo il valore aggiunto del nostro seme, del nostro lavoro, sarebbe di gran lunga economicamente più vantaggioso. Invece degli inutili e costosi doppi viaggi da far compiere al grano, così come voluto dal mercato. Lo stesso che ha affossato le borse e fatto vittime a milioni, anche tra i nuovi poveri nel Mondo.

La lotta degli studenti

Chi ha partecipato alla due giorni di assemblee e manifestazioni studentesche all’Università ‘La Sapienza’ di Roma molto probabilmente ha assistito ad un avvenimento storico e forse lo racconterà ai nipoti con le lacrime agli occhi. Non si è trattato del ’solito’ carosello rumoroso con conseguenti intoppi al traffico, tra uno spinello e un “avanti popolo alla riscossa” gracchiato dai megafoni. Per la prima volta studenti e precari erano uniti con un obiettivo unico e non negoziabile, senza influenze dirette di partiti politici e sindacati, per dar vita ad un movimento giovane, pacifico e determinato. Giovedì 16 ottobre: è stata una giornata che nessuno dimenticherà facilmente. Al mattino, alle undici, si era tenuta un’assemblea straordinaria sulle scale del Rettorato. Migliaia di studenti, centinaia di professori e anche il neoeletto Magnifico Rettore, Luigi Frati, erano stati protagonisti di un importante momento di confronto democratico. Dopo l’intervento di Frati, il suo invito alla pazienza e ad una non chiara strategia per fermare la legge 133, una parola era stata urlata e ripetuta da tutti: “Corteo!” In pochi minuti la manifestazione è stata organizzata, anche per il lavoro dei ragazzi dei collettivi, che hanno saputo coinvolgere tutti gli studenti presenti ed evitato di vederli andar via. Studenti e ricercatori si sono così riversati nelle strade della capitale, come un fiume in piena, senza creare nessun problema di ordine pubblico. Le forze di polizia, anche se il corteo non era autorizzato, non sono intervenute, limitandosi ad assistere da spettatori alle proteste sotto il ministero dell’Economia e all’occupazione di alcuni binari della stazione Termini per un quarto d’ora. In totale cinque ore di corteo e una straordinaria dimostrazione di determinazione da parte dei “sapientini”. Venerdì 17, nonostante la poggia torrenziale, è stata grandissima la partecipazione studentesca al corteo organizzato a Roma da Cobas, Sdl intercategoriale e Cub in occasione dello sciopero generale. Oltre a ‘La Sapienza’ c’erano le università romane di Tor Vergata e Roma 3, unite a quelle di Milano, Napoli, Livorno, Pisa e Cosenza e a molti ragazzi delle scuole medie superiori. La manifestazione, partita da Piazza della Repubblica, si concludeva a piazza San Giovanni, ma studenti universitari e liceali, ricercatori e professori sono arrivati fino al ministero dell’Istruzione. Durante il corteo ci sono stati momenti di tensione quando gli studenti hanno deciso deviare dal percorso prestabilito per raggiungere la ‘casa’ del ministro Gelmini. Le forze dell’ordine hanno cercato di evitare il cambiamento di programma, ma il gran numero di manifestanti e il loro atteggiamento pacifico hanno indotto le autorità a non intervenire. Raggiunto il ministero dopo quasi quattro ore di marcia gli studenti hanno dato vita ad grande ’sit in’. Qualche coro contro le forze dell’ordine che presidiavano la zona in assetto antisommossa è stato subito zittito. Durante il presidio davanti a ‘casa Gelmini’ i rappresentanti di tutte le forze hanno preso la parola per un immaginario colloquio con il ministro. Nessuno degli studenti presenti ha sentito il desiderio di allontanarsi, i ragazzi sono rimasti uniti e hanno continuato a bloccare il traffico per altre due ore. Quindi gli studenti de ‘la Sapienza’ si sono distinti ancora, dirigendosi verso la Città Universitaria dal Lungo Tevere, altri chilometri percorsi ballando al ritmo di musica house, reggae e musica classica, senza mai perdere il sorriso sulle labbra e ricevendo applausi e foto ricordo dei turisti ai quali, seppur per una giusta causa, avevano ‘rovinato’ qualche ora di vacanza. Per tutta la durata delle manifestazioni è stato ampio il consenso della capitale. Il corteo ha raccolto applausi ed è stato salutato dalle finestre e dalle auto con pugni chiusi e bandiere, segno che non sono solo gli studenti a disapprovare una legge che distrugge la scuola italiana. Reazione del ministro Gelmini? “Gli studenti sono disinformati”. Reazione di molti giornalisti? Sono solo pochi ’scalmanati’ che urlano insulti al ministro. In quelle due giornate è nato un movimento pacifico, senza padrini e padroni nei partiti e col quale il mondo della politica non potrà evitare di confrontarsi. I ragazzi romani hanno saputo manifestare per le proprie ragioni senza mai rischiare incidenti, gesti di violenza e vandalismo. Lo slogan più ricorrente è stato: “Ci bloccano il futuro, blocchiamo la città, questa è la risposta dell’università”. Se non ci saranno cambiamenti le proteste continueranno in tutta Italia e si spera che il Palazzo ed i media prendano ad occuparsi di questa realtà. I ‘bamboccioni’ sono cresciuti, hanno spento la Tv e ora provano a riprendersi il futuro. Tra loro molti richiamano l’esperienza dei colleghi francesi che nel 2006 fa bloccarono il Paese per fermare la legge del presidente Chirac sul contratto di primo impiego (CPE) . Dopo l’insulsa propaganda televisiva antifrancese, legata ai campionati del mondo di calcio, per molti degli studenti italiani ammettere di ammirare i colleghi d’oltralpe è difficile. In attesa di capire che il mondo è un luogo nel quale le frontiere dividono i popoli senza ragione alcuni di loro proveranno non solo ad imitarli ma anche un po’ a superarli. E vincere, come hanno saputo fare i giovani francesi, vorrebbe dire ottenere una vittoria più importante di una coppa del mondo.

Berlusconi, Corea del Nord o Italia?

Secondo il Financial Times il premier è trattato dai media come il dittatore della Corea del Nord. Veltroni forse l’ha capito o forse il nuovo vigore del Pd è dettato dalla preoccupazione per la crescita di Di Pietro.

Il segretario del Partito democratico, Walter Veltroni, sembra essersi accorto che nel Paese si respira un’aria pesante. Tuttavia non è chiaro se gli ultimi attacchi al governo Berlusconi siano determinati dalla volontà di ridefinire il ruolo dell’opposizione (fino ad oggi ondivago e sbiadito) o dal timore che l’Italia dei valori di Di Pietro sia considerato dagli analisti in forte crescita.

Ieri Veltroni, attaccando il centro-destra, ha detto: “C’è un fastidio per tutto ciò che non rappresenta il consenso, per l’opposizione, per i sindacati, per i giornalisti e per l’Europa. Chiunque non è nella scia del pensiero unico è visto come un marziano”.

Secondo l’uomo della ‘pacatezza’, “l’attuale maggioranza è stata scelta da meno del 50 per cento del Paese. Queste persone elette pro tempore, però, hanno un atteggiamento e una arroganza di chi invece di aver vinto le elezioni ha preso il potere”.

Dopo una campagna elettorale nella quale il tema della sicurezza è stato al centro del dibattito anche del Pd, oggi la più numerosa forza di opposizione si e resa conto del disagio sociale diffuso nel Paese e dei pericoli per le libertà democratiche.

Veltroni ha sostenuto: “Imputo al governo una manovra economica che non si preoccupa dell’economia reale, dei precari, delle piccole e medie imprese, dei lavoratori che hanno 1.300 euro al mese. Si sono occupati di giustizia e televisioni, ma non di questo. Hanno tolto 2,5 milioni all’Ici” producendo u vantaggio per cittadini che “non ne avrebbero avuto bisogno, mentre 1,5 milioni di Alitalia sono stati accollati sulle spalle dei contribuenti”.

Inutile ricordare al leader del Pd l’assoluta latitanza del suo partito durante la durissima vertenza Alitalia, fino al tardivo e singolare tentativo di saltare sul carro ‘vincente’ della ‘cordata patriottica’ (voluta da Berlusconi), nel tentativo di attribuirsi il merito di una ’soluzione’ pasticciata e discutibile per correttezza ed anche certamente contraria agli interessi dei lavoratori della Compagnia.

E viene fuori il rapporto con l’Italia dei valori: “L’alleanza è finita - afferma Veltroni - quando Antonio Di Pietro ha stracciato l’impegno dopo le elezioni per costituire un gruppo comune con noi. Con Di Pietro avevamo sottoscritto un programma per costituire un unico gruppo, quando si è accorto che aveva un numero sufficiente di parlamentari per costituirne uno da solo, Di Pietro ha stracciato quell’impegno”.

Veltroni dimentica l’opposizione dell’ex magistrato alle ‘aperture’ che il Pd faceva fino a pochi giorni fa centro-destra e le cause reali della rottura con Di Pietro.

L’attacco al leader dell’Italia dei valori sembra confermare l’ossessione di Veltroni per la solitudine. L’idea di Veltroni di poter essere autosufficiente ha già prodotto la sconfitta alle ultime elezioni, la scomparsa di una parte importante della sinistra dal Parlamento e l’oggettivo isolamento del suo partito, senza alleati coi quali estendere lo schieramento da opporre al centro-destra, ormai padrone del Parlamento.

La manifestazione del 25 ottobre prossimo, voluta dal leader del Pd per recuperare un consenso popolare decisamente in ribasso, potrebbe rivelarsi un boomerang, perché non è assolutamente certo che il partito di Veltroni abbia la capacità di coinvolgere le decine di migliaia di cittadini necessarie per dimostrare la propria tenuta.

Intanto, come hanno riferito alcuni organi di informazione italiani, l’autorevole Financial Times, quotidiano britannico, ha pubblicato un breve, ma durissimo articolo su Berlusconi e in generale sulla situazione Italiana.

Nell’articolo si legge: “Le banche e i mercati stanno crollando, ma il beneficiano della crisi è Silvio Berlusconi, il premier italiano, trattato da una parte dei media in un modo simile ai livelli di adulazione utilizzati in Corea del Nord, mentre il suo governo esercita un’autorità mai vista da decenni”.

Contestando la nuova svolta ’statalista’ del premier il FT aggiunge: “Il primo ministro ha dichiarato sulle prime pagine dei giornali italiani che ‘gli aiuti di Stato, che fino a ieri erano considerati un peccato, ora sono assolutamente essenziali’ ed ha promesso denaro per l’industria automobilistica e di altre imprese. Ilvo Diamanti, sociologo, ha dichiarato: “Vergognoso negli anni ‘80, indescrivibile negli anni’90, lo Stato è tornato… Come garante, salvatore, esposto come una icona, un’immagine sacra”. Mentre le banche, come all’estero, gli crollavano intorno, l’onorevole Berlusconi ha coltivato un’immagine di calma e di controllo, fino ad andare in un un centro termale umbro”.

Gli inglesi nel loro articolo hanno non solo criticato il presidente del Consiglio, ma rilevato come in Italia i media siano quasi tutti del tutto allineati con le posizioni del governo.

Osservando le scelte dell’esecutivo, il FT ha rilevato: “Diamanti ha detto che questo nuovo Stato darà soccorso alle banche e ai mercati azionari, ma non alle scuole e al welfare“.

A spiegare il clima nordcoreano denunciato dagli inglesi lasciano di stucco i dati diffusi dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

Il governo supera quota 33 per cento nelle presenze in video, superando il tetto di un terzo per ciascuno assegnato a governo, maggioranza e opposizione. Lo squilibrio è maggiore nei canali Mediaset e al Tg2.

Il premier Silvio Berlusconi ha parlato direttamente in voce (’tempo di parola’) per il 44,34 per cento sul Tg4 (governo al 20,56), per il 42,08 per cento a Studio Aperto (governo al 29,18) e per il 19,42 per cento al Tg5 (governo al 38,54).

In Rai, il Tg2 si distingue per lo spazio concesso al governo (37,79 per cento), col premier al 9,02. Oltre allo spazio per l’esecutivo il TG2 offre al Pdl un ulteriore 11,36 per cento. L’opposizione col Pd raggiunge 13,24 per cento.

Il Tg1 di Riotta affida il 27,7 per cento del tempo al governo, poi il 5,27 al premier e il 15,83 al Pdl. In tutto oltre il 48 per cento. Il Pd è fermo al 23,93 per cento.

Al Tg3, il governo ottiene il 16,26 per cento, Berlusconi il 7,33 e il Pdl il 15,73. Nella rete controllata dall’opposizione il centro destra occupa quasi il 40 per cento ed il Pd è al 26,41.

Al TgLa7 il governo è al 29,31 per cento, Berlusconi al 9,30 e il Pdl al 3,18. Il Pd si ferma al 25,36.

I tempi dei soli Tg non vogliono dire molto, perché a questi si debbono aggiungere quelli dei programmi di rete, dove un numero enorme di ‘opinionisti’, più o meno vicini al centro destra, ingolfano salotti e tinelli.

Udc, radicali, comunisti di diverse organizzazioni, socialisti, verdi e sinistra democratica non compaiono quasi mai in televisione.

Mentre Veltroni scopre i problemi, nella stanza dei bottoni stanno già cambiando l’arredamento. Con il ventilato sbarramento anche alle elezioni europee in Italia la ’semplificazione’ politica potrebbe raggiungere la perfezione del partito ‘quasi’ unico, facendo scomparire anche l’Udc.

Il Bel Paese che fu

Caro Severgnini, credo che alla maggior parte degli italiani sfugga la gravità della situazione economica, politica e sociale che sta colpendo il paese. Mi riferisco nello specifico ai "precari" questa classe di pseudo - persone (una persona dovrebbe avere dei diritti sanciti da una Costituzione) che gli attuali ministri vogliono mandare a casa, nella ricerca scientifica come in altri campi lavorativi. Il problema riguarda la società intera che è minata, e non si tratta dei soliti discorsi di destra e di sinistra, le bandiere ora non esistono più, purtroppo, esiste solo il non-lavoro, la non-casa e la non-pensione che ci aspettano!! Prevenendo quello che ora è sotto gli occhi di tutti, sono anni che lavoro come ricercatore scientifico in giro per il mondo (UK, Giappone, ora in Irlanda), dopo una Laurea in Fisica, perseguendo quel sogno perverso di poter un giorno fare con dignità il lavoro, per cui ho delle capacità riconosciute, nel paese in cui continuo ad avere i miei affetti di sempre, un lavoro dignitoso in un paese di gente per cui la dignità rappresenti uno dei valori principi. Il mio è e rimarrà per sempre un sogno? Nella realtà, il cittadino italiano ha perso la propria dignità che si concretizza nell'assenza del popolo intero di fronte alla minaccia aggressiva che mina le basi su cui una società è fondata, il lavoro e la famiglia. L'Italia non può garantire più ai giovani né il lavoro né la prospettiva di una famiglia tantomeno una pensione, non aspettiamoci miracoli, sono da tempo finiti. Ora che nemmeno i sindacati possono più "tutelare" i lavoratori non resta che appellarsi ai non precari e pensionati affinché si uniscano in massa al popolo che va in corteo questi giorni per dire basta in massa ad una politica che non si preoccupa del futuro di milioni di persone, che non offre un futuro ai giovani che in Italia al momento un futuro non lo posseggono. Blocchiamo il paese, imitiamo i camionisti e i francesi per una volta. Grazie.

venerdì 17 ottobre 2008

Scioperi, "adesione altissima"

Stime del sindacato, forti i disagi

TG.Com - Oltre 2 milioni di lavoratori del settore pubblico e privato hanno incrociato le braccia e 500mila sono scesi in piazza a Roma per il corteo nazionale. Sono le prime stime sull'adesione allo sciopero generale di 24 ore proclamato da Cub, Cobas e Sdl. Forti i disagi anche nei settori aereo, ferroviario e marittimo. Punte di oltre il 90% per la scuola e gli enti locali. A Milano lancio di uova contro il Provveditorato. La partecipazione allo sciopero generale ha riguardato il 50% dei lavoratori dell'industria, il 60% di quelli dei trasporti, con rilevanti punte di oltre il 90% per quelli di scuola ed enti locali. Lo rivela la Confederazione unitaria di base che, in una nota, definisce "straordinaria" l'adesione alla protesta che ha coinvolto "milioni di lavoratori".
A Roma traffico in tilt
La manifestazione nazionale di Roma ha visto la presenza di studenti e lavoratori, oltre che della scuola, di vari altri settori, con una partecipazione di oltre 200mila persone al corteo, che si è snodato da piazza Esedra a piazza San Giovanni. Traffico in tilt sul Lungotevere. Il corteo degli studenti diretto verso il ministero dell'Istruzione ha, infatti, all'improvviso variato il percorso stabilito con le forze dell'ordine attraversando ponte Palatino e dirigersi verso il ministero dell'Istruzione. Gravi i disagi per il traffico.
Le richieste del sindacato
L'adesione allo sciopero e la partecipazione ai cortei, fa sapere la Cub, segnano "uno dei punti più alti della storia recente del sindacalismo di base". Riguardo al precariato, i rappresentanti di categoria propongono "l'abolizione delle leggi Treu e 30", e,sempre in ambito lavorativo, chiedono "tolleranza zero contro gli infortuni sul lavoro, con forte inasprimento della sanzioni penali per chi li provoca".
Altro punto di forza della battaglia sindacale è "l'abrogazione del decreto Gelmini, in difesa della scuola pubblica, con obbligo di assunzione dei precari".
Tra i diritti da tutelare vi è anche quello a prestazioni sanitarie di qualità, e più in generale il sindacalismo di base invoca la "tutela di tutti quei diritti legati allo stato sociale, costantemente messi in discussione, come la proposta di accelerare il progetto di privatizzazione".
Milano, lancio uova contro provveditorato
A Milano si sono svolte tre manifestazioni che hanno attraversato la città, con un presenza complessiva di 100.000, circa, tra lavoratori, pensionati e studenti. Mentre una delegazione di insegnanti e genitori viene ricevuta dal direttore dell'ufficio studi del provveditorato, Antonio Lupacchini, all'esterno si sono assiepati studenti delle scuole superiori, insegnanti e genitori. Tra gli slogan e gli striscioni anti Gelmini, la sede del provveditorato è stata colpita da lanci di uova.

Sciopero nazionale Cobas, corteo a Roma: “Siamo 500mila“

Roma- Superati i 500mila partecipanti al corteo per una partecipazione «senza precedenti». A sottolinearlo è il portavoce dei Cobas Piero Bernocchi.
Ad aprire il serpentone lo striscione unitario che racchiude i temi che hanno portato in piazza i sindacati di base, i collettivi studenteschi e i coordinamenti spontanei di insegnanti e genitori: «Basta con la distruzione di lavoro, salari, diritti, scuola e servizi pubblici».
In corteo tutti i settori del pubblico impiego, i Vigili del Fuoco, operatori dei trasporti, insegnanti, ricercatori, tantissimi studenti, la Protezione civile, bambini e genitori tutti accomunati;
spiega il leader Cobas Bernocchi, una delle tre sigle che ha indetto la manifestazione, dalla preoccupazioni per il futuro: «C`è una volontà di denuncia di tutte le politiche economiche di questo governo che salva i banchieri e mette in discussione i posti di lavoro dei precari, mette in discussione i diritti». «La coda del corteo sta entrando ora in via Cavour».
«Abbiamo sfilato per 4 ore per le vie di Roma e c`è ancora gente a piazza Esedra c`è stata una partecipazione massiccia non solo di iscritti ai sindacati di base, ma cittadini, studenti e anche molti iscritti ai confederali, domani ci sarà un`assemblea del Popolo della scuola pubblica; sarà bene che esca una proposta di mobilitazione generale, per arrivare a novembre ad una nuova tappa, a una giornata nazionale per bloccare questa sciagurata politica scolastica».
Tantissimi anche gli studenti che, insieme con i docenti, hanno srotolato striscioni contro il decreto Gelmini; non mancano poi manifesti di solidarietà per i licenziamenti alla Fiat o contro la situazione generale del pubblico impiego.

Un autunno caldo per i diritti per il lavoro e la democrazia

Un autunno caldo per i diritti per il lavoro e la democrazia

di Ugo Boghetta, Responsabile nazionale Lavoro Prc-Se

Lo sciopero generale del sindacalismo di base di oggi è un passaggio importante nella costruzione dell’opposizione al governo reazionario di Berlusconi. Ancora una volta il governo delle destre caratterizza il proprio operato con l’attacco sistematico al lavoro. È un governo di classe che della distruzione delle condizioni materiali e dei diritti il fondamento della sua azione. Nel mandato precedente c’era stato il libro bianco di Maroni, l’attacco all’articolo 18, la legge 30 che ha reso totale la precarietà e la condizione normale. Oggi da Sacconi a Brunetta, dalla Gelmini a Maroni che praticano sistematicamente un attacco articolato agli ultimi baluardi delle conquiste del mondo del lavoro. Per un verso la scuola diventa funzionale ad un’economia basata sul basso costo del lavoro ( e delle politiche di apartheid) dall’altra la riforma della contrattazione abbassa le difese del salario e dell’occupazione e procede verso l’obiettivo, attraverso la contrattazione in unità sempre più piccole, del rapporto individuale fra lavoratore e padrone.

Così è per l’ennesimo attacco al diritto di sciopero, alle modifiche del processo del lavoro in cui il giudice certifica solo la legittimità degli atti. Così come è in previsione un ulteriore aumento dell’età della pensione sia per uomini che per donne La crisi del neoliberismo speculativo e finanziario non solo ha bruciato i sudati risparmi ma sta avendo effetti pesanti: aumenta a dismisura la Cassa Integrazione. L’aumento dei prezzi incide sempre più sui bilanci delle famiglie che sono costrette ad indebitarsi a fronte di tassi sempre più alti. La precarietà pervade tutta la vita. L’aumento dell’orario di lavoro come necessita risposta alla diminuzione del salario trova una letale conseguenza negli incidenti del lavoro rispetto ai quali si stanno versando lacrime di coccodrillo poiché è evidente che queste non possono essere ridotte se non si eliminano le cause di fondo: l’esigibilità dei diritti sindacali, le più complessive condizioni di lavoro, nonché lo scaricare sui migranti i problemi dell’insicurezza.

Contemporaneamente l’attacco ai lavoratori prosegue con lo smantellamento dello stato sociale preparato dalle campagne di Brunetta sui "fannulloni", al fine di perseguire la privatizzazione di beni e servizi che dovrebbero essere pubblici. Operazione che verrà ulteriormente completata dal cosiddetto federalismo fiscale. E ciò proprio nel momento in cui fallisce clamorosamente e rumorosamente l’ideologia e la politica delle liberalizzazioni. Ormai non si contano più i singoli provvedimenti che vanno in questo senso: dai disabili alla cancellazione del diritto acquisito ad essere assunti di decina di migliaia di precari. È un progetto complessivo di società che vanno perseguendo, cui è necessario rispondere con la difesa del lavoro, del salario, dei diritti dentro e fuori il lavoro, per un modello produttivo di qualità basato sul lavoro, qualità dei prodotti, tutela ambientale. Se il lavoro diventa un accessorio del mercato e dell’impresa è necessario ricostruire, contro la frammentazione contrattuale e di sito produttivo, i legami sociali, l’essere comunità e il senso di appartenenza ad una classe contro il lavoratore atomo.

Passaggio ineliminabile è la sconfitta del sindacato "complice", collaborazionista. È importante in questo senso la tenuta della Cgil, sul tema del modello contrattuale, dalle pressioni che provengono da ogni dove (anche dal Pd). Ma è altresì necessario svoltare verso un modello sindacale democratico ed autonomo dal mercato, dalle logiche d’impresa e dai vari quadri politici. Senza una uscita in basso a sinistra sul piano sindacale e politico, non è praticabile la riconquista di salari e pensioni decenti, un orario che tuteli lavoro e ampli l’occupazione, la cancellazione della legge 30 e norme affini, la sicurezza sui luoghi di lavoro, uno stato sociale veramente tale. In fondo è la lotta che i lavoratori hanno da sempre ingaggiato per la democrazia e la difesa della Costituzione. È la lotta di classe che la Marcegaglia aveva decretato terminata dopo le elezioni del 13-14 aprile. Le lotte della scuola, le resistenze dei lavoratori Alitalia, gli scioperi per il rinnovo dei contratti, le lotte contro le discariche abusive del governo, la manifestazione dell’11 ottobre, lo sciopero generale di oggi, lo giornata contro la Gelmini del 30, la manifestazione europea indetta contro la direttiva dell’orario di lavoro dimostrano che la lotta di classe è ancora viva.

Ora serve lo sciopero generale come passo ulteriore e necessario ad unificare tutti i lavoratori, per far fallire la trattava sul modello contrattuale e imporre un diverso programma incentrato sugli interessi dei lavoratori. Marcegaglia e Berlusconi, siamo ancora qua!

Scuola, trecentomila in piazza "E' solo l'inizio della protesta"

ROMA - "Non pagheremo noi la vostra crisi". Il copyright è degli universitari ma lo slogan rimbalza di spezzone in spezzone nel corpaccione del grande corteo in difesa dell'istruzione pubblica che ha attraversato la città sotto una pioggia scrosciante. Un corteo di studenti medi e universitari in primo luogo, e poi di professori, maestri, lavoratori della scuola e genitori. Società civile, insomma, della quale i Cobas e il sindacalismo di base hanno intercettato l'urgenza di voler esprimere il proprio no a quella che tutti chiamano "la distruzione della scuola pubblica".
Fuori la politica ufficiale, fuori i partiti a parte qualche striscione di Rifondazione però estraneo al centro della protesta. Il corteo dei trecentmila, si capisce subito, non è nato nelle loro sedi, ma nelle scuole elementari, nelle case dei promotori dei mille comitati genitori che stanno nascendo in tutta la penisola, nelle facoltà occupate.
Che sarebbe stata una manifestazione imponente lo si era capito dalla prima mattina, nello stupore generale a partire dagli organizzatori. Alle 9,30 piazza Esedra era già piena. E la cifra comune un po' a tutti, tranne ai tanti bambini delle elementari felici per questa giornata in cui possono fare confusione con l'approvazione di maestre e genitori, è la preoccupazione. Quella delle maestre in ambasce per il posto di lavoro che girano con cartelli fatti in casa con su scritto "taglia, taglia, il bambino raglia" o che,m orgogliosamente rivendicano "sono già un maestro unico". I genitori, preoccupati anche loro, perché già si vedono con i piccoli a casa ad ora di pranzo e costretti a rivedere tutta l'organizzazione familiare si sono presentati con delle magliette verdi con su scritto "il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini". I ragazzi dei licei la loro preoccupazione la esprimono in modo diretto: "Preokkupati per il futuro", scrivono quelli della Rete degli studenti che danno anche un consiglio alla ministra "i tagli te li fai ai capelli". I precari della scuola, veramente in tanti, che temono di aver buttato anni ed anni. Gli universitari che portano in piazza il loro incubo: la precarietà del futuro. Non a caso il loro striscione è firmato "studenti precari" e in tanti girano con un cartello scritto in inglese: "Sono uno studente italiano, adottatemi". Mentre il collettivo di Scienze ha scritto sullo striscione "Tagli, privatizzazioni, precarietà. Ecco l'università spa".
Il corteo scorre lento verso piazza San Giovanni e quando la testa raggiunge l'arrivo la coda è ancora in piazza Esedra. Questo al di là delle cifre dà il senso della grandezza della manifestazione. E da un capo all'altro le star sono sempre loro: Gelmini, Brunetta, Tremonti. Berlusconi è quasi dimenticato negli slogan e negli striscioni. Il ministro della Funzione pubblica è ritratto mentre con una flebo succhia il sangue agli impiegati pubblici e quando da un camion gli dedicano "Un giudice" di De Andrè, con allusione alla statura del ministro, è un boato.
Il clima è tranquillo e sereno, d'altra parte aspettarsi che austeri professori di greco e latino si potessero trasformare in black bloc sarebbe stato arduo. E tuttavia qualche momento di tensione c'è stato quando universitari e studenti medi hanno deciso di andare a trovare la Gelmini nella sua tana, al ministero della Pubblica Istruzione, fuori dal percorso programmato. "Siamo stati ieri da Tremonti, se no la Gelmini ci rimane male", sorride un ragazzo dietro lo striscione di Roma III. I responsabili dell'ordine pubblico capiscono che non ci sono pericoli: le facce di quei ragazzi dicono che non sono degli sfasciatutto e quindi acconsentono al fuori programma.
E così mentre a San Giovanni si comincia a tornare a casa, i più giovani prolungano la protesta. Nei confronti dei poliziotti e carabinieri nessuna provocazione solo improbabili inviti a ballare e slogan per ricordare agli uomini e alle donne in divisa che "anche voi avete dei figli, stiamo lottando anche per loro". Anche per la ministra un solo coro: fuori, fuori. "Ci accusano di non voler dialogare - dice Francesco di Scienze della Sapienza - perché non viene fuori a parlare con noi?".
La Gelmini non scenderà ma loro non si scompongono: "Andremo avanti fino a che non sarà ritirata la legge 133. Da domani occupazioni a oltranza in scuole e università. Oggi è solo l'inizio". Casualmente il "ce n'est qu'un debut" del '68. Loro forse nemmeno lo sanno e, per quanto sono distanti dai movimenti del passato, se lo sanno se ne fregano.

17 ottobre. Esplode la protesta contro il Governo

ROMA - Lo sciopero generale indetta dai sindacati di base SdL, Cub e Cobas è l'ennesima prova dell'insostenibile politica che l'attuale Governo sta portando avanti ad oltranza, noncurante del dissenso popolare. A darne una prova tangibile il corteo di quest'oggi, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone, 200mila secondo gli organizzatori. Il serpentone ha sfilato da Piazza della Repubblica, fino a San Giovanni in Laterano. sotto una pioggia battente che non è riuscita a fermare i partecipanti, i quali senza sosta hanno continuato ad attraversare il centro storico di Roma. Moltissimi gli slogan contro il Governo e la Confindustria gridati da giovani studenti, lavoratori del comparto dei trasporti e docenti giunti da tutte le zone d'Italia. Presenti anche una delegazione di dipendenti di Alitalia che non hanno mancato all'appuntamento, reduci dal drammatico epilogo sulla vicenda della compagnia di bandiera. "Chi pensava di salvare la compagnia di bandiera - dice Massimo, assistente di volo precario Alitalia - ha preso in giro gli italiani. Ora oltre agli esuberi dovremo far fronte anche ai debiti contratti dalle vecchie gestioni sulla nostra pelle. Intanto io dovrò cercare un altro lavoro." Ma il clima è particolarmente infuocato anche sul fronte del trasporto su ferro e su gomma. "Privatizzeranno anche noi - ribatte Renato, autista di tram, anch'egli precarizzato - lo spezzatino è sul tavolo delle trattative e così invece di unire il trasporto sotto una gestione unica ci troveremo un pò alla volta con tanti rami d'azienda appetibili per il mercato e pronti adessere venduti al migliore speculatore. Una fine annunciata, che non possiamo accettare." Insomma la protesta è ormai esplosa, le azioni intraprese dal Governo sono viste come un danno irreparabile sulle quali bisogna al più presto porre un rimedio, che si intravede esclusivamente attraverso un cambio di tendenza alle attuali politiche. Ma i veri protagonisti di questa giornata sono i precari. Ogni settore ne ha tantissimi al seguito, a testimonianza che le politiche e le condizioni sul lavoro accomunino praticamente tutti. Nessuno escluso. Da quello del pubblico impiego, agli enti pubblici, fino ai vigili del fuoco che sfilano con una folta delegazione, trasportando in barella un manichino dal quale Brunetta direttamente ne succhia il sangue. "Rischiamo la vita ogni giorno - dice uno di loro - eppure nessuno si accorge che i lavoratori di questo importantissimo servizio versano in una condizione di estrema precarietà. Aspettiamo da anni un adeguamento salariale e nuove assunzioni che non verranno mai." Di lavoro si continua a morire è scritto su uno striscione tenuto dai lavoratori. "Sì perchè, nonostante le morti bianche siano ogni anno più di 1.200, - incalza Ottavio, precario di 24 anni - il fenomeno continua ad essere ignorato. Ormai questi episodi sono diventati talmente abituali che nessuno ci fa più caso. Straordinaria anche la partecipazione dei docenti, dei genitori con gli studenti e dei bambini, che intonano slogan contro la riforma Gelmini - Tremonti tenendo tra le mani striscioni ironici, ma anche drammatici. Giovanna è arrivata dalla Sicilia. Lei è una di quelle che vedrà scomparire il suo posto di lavoro precario. “Io sono qui con mio figlio di sette anni, perché c’è in ballo non solo il mio futuro, ma anche il suo. Questo attacco a trecentosessanta gradi alla scuola pubblica è il segnale che questo governo vuole smantellarla a favore dell’istruzione privata, incidendo drammaticamente sulla didattica” dice Giovanna. “Quello che il governo persegue è rendere una classe di studenti ignoranti per poter plasmare ancora di più le coscienze” - grida Alfonso, papà di due studenti delle superiori. “Ci hanno provato con la Moratti, adesso ci riprovano con la Gelmini” urla uno studente universitario e continua: “Vogliono rendere l’istruzione un privilegio per pochi, con la legge 133 che prevede la possibilità di trasformare in fondazioni private tutti gli atenei”. Un ‘altra studentessa universitaria dice: “Questa grande manifestazione è solo l’inizio di un grande movimento di protesta che coinvolgerà tutte le scuole pubbliche e le università italiane e durerà fino a quando questa legge non sarà abrogata”. Un anziano insegnante porta al collo un cartello con scritto: “Ho fatto il 68 e mi ritrovo in un 48” e dice: “Non mi sarei mai aspettato, dopo quarant’anni, di ritrovarmi in una situazione così drammatica”. Tuttavia oggi a distanza di qualche lustro in questa situazione ci si ritrova la maggior parte degli italiani che oggi sono qui a manifestare per contrastare le politiche iperliberiste di questo Governo e di una Confindustria sempre più cieca di fronte ai propri interessi personali. Oggi è un giorno particolare. La protesta è esplosa e sarà difficile fermarla.

Sciopero generale del sindacalismo di base Trasporti, scuola e pubblico impiego in piazza

È partita e finita sotto una fitta pioggia, a Roma, la manifestazione organizzata dai sindacati di base Rdb, Cobas e Sdl nel giorno dello sciopero generale. «La sensazione che questa manifestazione sia grandissima è ora certezza: enorme la partecipazione e grandissima anche l'adesione allo sciopero» non ha nascosto la sua soddisfazione Fabrizio Tomaselli, coordinatore nazionale Sdl. Alla fine i numeri gli hanno dato ragione infatti i partecipanti alla manifestazione sono stati circa 300.000.

Il corteo, partito da piazza della Repubblica, è stato aperto da uno striscione con la scritta: «Tremonti e Gelmini distruttori della scuola». A sfilare naturalmente, oltre alle varie categorie di lavoratori aderenti ai sindacanti di base, anche i coordinamenti degli studenti universitari e delle scuole superiori. Hanno protestato contro i tagli alla scuola, all'università, alla ricerca, i tagli al tempo scuola e il ritorno al maestro unico, insieme a genitori e insegnanti. Il passaggio di un gruppetto di alunni delle elementari, accompagnati dalle proprie mamme e insegnanti, che attraversava piazza Esedra ormai gremita, è stato salutato con un lungo applauso dai fratelli maggiori ormai arrivati all'università.
In corteo tutti i settori del pubblico impiego, i Vigili del Fuoco, la Protezione civile, operatori dei trasporti, insegnanti, ricercatori, tantissimi studenti, bambini e genitori tutti accomunati, ha spiegato il leader dei Cobas, Piero Bernocchi, una delle tre sigle che ha indetto la manifestazione, dalla preoccupazioni per il futuro: «C'è una volontà di denuncia – ha affermato Bernocchi - di tutte le politiche economiche di questo governo che salva i banchieri e mette in discussione i posti di lavoro dei precari, mette in discussione i diritti».

E sono stati rivolti specialmente contro i ministri Gelmini e Brunetta gli slogan presenti sugli striscioni e quelli scanditi nei cori dei manifestanti: «noi la scuola l'amiamo» hanno scritto gli alunni del liceo Kennedy di Ariccia. «Oggi termina la nostra occupazione – hanno detto gli studenti del Mamiani - è stata un'iniziativa simbolica ma la nostra lotta continua: il futuro è nostro e ce lo vogliamo prendere». Inviti a tutta voce per il ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini «guarda quanti siamo, la pioggia non ci spegne». Nel corteo anche un gruppo di vigili del fuoco, con una barella sulla quale hanno adagiato un manichino in divisa, alle cui spalle è stata posta una foto del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta intento a succhiarne il sangue. «Siamo qui perchè chiediamo la stabilizzazione dei precari e salari più dignitosi» ha detto Giovanni Muccarino, coordinatore nazionale dei vigili del fuoco della Rdb.

Quando la testa del corteo che ha sfilato per le vie della capitale, era giunta già da un pò a piazza San Giovanni la coda del lungo serpentone, intanto, non aveva ancora imboccato via Merulana. Nella piazza storica del sindacalismo italiano un camion è diventato palco da cui molti hanno preso la parola, per illustrare i motivi della protesta

Venerdì nero per i trasporti in città (e non solo) SCUOLA: 500.000 IN CORTEO A ROMA TRE CORTEI SFILANO NEL CENTRO DI MILANO

Forti disagi per gli spostamenti. I sindacati autonomi contro la Finanziaria e la riforma Gelmini. Gli orari - città per città - delle "fasce protette".


Venerdì 17, che peggio non si potrebbe per chi deve spostarsi. Ma anche di grande mobilitazione contro la riforma Gelmini. Lo sciopero generale nazionale di 24 ore indetto dalle tre sigle sindacali Cub, Cobas, e Sdl crea pesanti disagi e paralizza il traffico di intere città, dal Nord al Sud d'Italia. Al centro della protesta i provvedimenti del governo in materia di scuola, pubblico impiego e sui precari, assunti nell'ultima Finanziaria.
Nella Capitale, nonostante la pioggia battente, è in corso una grande manifestazione organizzata da Rdb, Cobas e Sdl, alla quale partecipano anche gli studenti. Gli striscioni contro la Gelmini sono, ovviamente, numerosi.Il ministro ha detto che chi protesta non conosce i suoi provvedimenti. Minore sicumera le gioverebbe.
Per i leader dei sindacati di base "l'adesione dello sciopero è enorme".

Da 300.000 a mezzo milione di partecipanti

Gli organizzatori parlavano inizialmente di 300.000 partecipanti al corteo, ma col passar delle ore modificano la cifra fino a 500.000. "Uno sciopero riuscitissimo: più della metà delle scuole sono chiuse contro la politica Tremonti-Gelmini, contro una filosofia della scuola che appartiene all'800, contro provvedimenti razzisti di separazione tra italiani e stranieri, contro un'idea di distruzione di un'istituzione fondante del paese": commenta soddisfatto Pietro Bernocchi, segretario nazionale Cobas. "La nostra protesta - aggiunge - si rivolge principalmente alle politiche sulla scuola, ma in questa manifestazione sono presenti tutte le categorie: sono lavoratori che rifiutano che lo Stato si impegni per salvare banche fraudolente e non investe sui servizi ai cittadini".
"La coda del corteo sta entrando ora in via Cavour": così dal palco gli organizzatori annunciano che si è superata la soglia dei 500.000 presenti.
Una partecipazione "senza precedenti", commenta Piero Bernocchi. "Abbiamo sfilato per 4 ore per le vie di Roma e c'è ancora gente a piazza Esedra. C'è stata una partecipazione massiccia non solo di iscritti ai sindacati di base, ma di cittadini, studenti e anche di molti iscritti ai sindacati confederali".
Di adesione enorme parla anche un altro dei sindacati promotori della manifestazione, la Sdl.

Anche migliaia di studenti

Alla manifestazione di Roma partecipano anche i coordinamenti degli studenti universitari e delle scuole superiori. Ad aprire il corteo uno striscione con la scritta: "Tremonti e Gelmini distruttori della scuola".
Poi ne seguono tanti altri, tra cui: "Ministro la riforma non va bene, trova il modo di non rovinarci la vita". Tra i più curiosi questo: "I nostri figli hanno già una madre, servono insegnanti": è portato da due bambini di 7 e 13 anni che partecipano, insieme alla madre, al corteo.

…E molto altro

Lo sciopero coinvolgerà poi a livello nazionale anche i lavoratori della sanità, dal primo all'ultimo turno, pur garantendo i servizi pubblici essenziali e le emergenze; il commercio della piccola e grande distribuzione; i vigili del fuoco, per tutta la giornata; e la pubblica amministrazione (scuole, università, enti locali e agenzie fiscali).

Le motivazioni dello sciopero

Lo sciopero, proprio perché di carattere generale, coinvolge tanto i lavoratori del pubblico impiego quanto i privati, e ha diverse motivazioni, riunite nella lotta comune contro la finanziaria e i tagli decisi dal governo.
Le tre sigle sindacali chiedono aumenti generali di salari e pensioni, con l'introduzione di un meccanismo automatico di adeguamento salariale legato agli aumenti dei prezzi; la revisione della riforma della scuola, che con il decreto Gelmini sta destabilizzando la scuola pubblica; e la riduzione dei prezzi per i beni di prima necessità.
Contemporaneamente si sciopera in nome della precarietà lavorativa e sociale, contro il razzismo; e si cerca di ottenere più sicurezza sul lavoro e sanzioni penali per chi provoca infortuni gravi o mortali.

Cortei a Milano e Roma: previste nella capitale 100 mila presenze

Per domani sono inoltre previsti due cortei: uno a Milano, con partenza alle 10 da Largo Cairoli (MM1) fino a piazza Duomo; e un altro a Roma che, sempre dalle 10, si snoderà da Piazza della Repubblica fino ad arrivare nella piazza di San Giovanni.
“È prevista un'adesione di circa 100 mila persone”, dice Piero Castello, dell'esecutivo nazionale Cobas Scuola, “E solo nel nostro settore, quello scolastico, abbiamo già organizzato 90 pullman da diverse città”.

Piero Castello (Cobas): un corteo per salvare la scuola

Il responsabile Cobas spiega che è soprattutto la scuola ad essersi mobilitata per il corteo di domani, in particolare studenti e cittadini, preoccupati per il loro futuro. “Tagliare alla scuola 8 miliardi in tre anni significa privare la pubblica istruzione del 20% delle sue entrate”.

Perché non uno sciopero unitario con Cisl, Uil, Cgil?

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: perché non unirsi con lo sciopero indetto per il 30 ottobre da Cisl, Uil, Cgil, Gilda e Snals, contro il decreto Gelmini? Non crede che l'unione, in questo caso, avrebbe dato una maggiore forza alla protesta?
“Sono d'accordo; probabilmente i lavoratori si sentono “sbandati” e scontenti dalla frammentazione delle manifestazioni; ma noi lo abbiamo deciso prima, e comunque non mi sembra che lo sciopero del 30 stia prendendo una giusta piega”.
Si riferisce alla posizione di Cisl e Uil, che sono disposti a revocare la manifestazione in caso di un'apertura del governo? “Esattamente, ma non solo. Il decreto arriva al Senato la prossima settimana; quindi anche la scelta temporale non mi sembra adeguata”.

Tagli alla ricerca, sfilano i precari

TORINO (17/10/2008) - Elena Berrone, 32 anni. Laurea in Biotecnologie, master, e dottorato di ricerca. Risultato di tanti anni di studio? Precariato a gogo, stipendio da fame, garanzie per il futuro zero, e fuga all'estero già programmata.

«Andrò ad Harvard. Ho già predisposto tutto. In Italia in fatto di ricerca scientifica si gioca, lì fanno sul serio. Se sei bravo ti assumono e ti pagano. Sono stufa di contrattini che scadono ogni 3-6 mesi, senza che mai si sappia se ne firmerai un altro».

E' una delle voci di medici e ricercatori precari che ieri hanno protestato davanti alle Molinette, tra gli sguardi sconcertati di chi vedeva reggere gli striscioni a gente con i camici bianchi. Il presidio s'è trasformato in corteo che s'è diretto al polo delle Biotecnologie in via Nizza 52.

Scuola, corteo anti-Gelmini a Roma: «Siamo in 300 mila». Studenti e precari in piazza

ROMA (17 ottobre) - È partita poco dopo le 10.30 sotto una fitta pioggia a Roma la manifestazione organizzata dai sindacati di base Cobas, Cub e Sdl nel giorno dello sciopero generale. Ad aprire la marcia da piazza della Repubblica uno striscione con su scritto: «Tremonti e Gelmini distruttori della scuola» mentre su un altro striscione si legge «No alla distruzione di lavoro, salari, scuola, servizi pubblici e diritti». Subito dopo i cinque striscioni tematici dedicati alla scuola, ai licenziamenti, ai morti sul lavoro, al precariato e al welfare.
Studenti in piazza a Roma. A sfilare nella capitale, oltre alle varie categorie di lavoratori aderenti ai sindacanti di base, anche i coordinamenti degli studenti universitari e delle scuole superiori. Protestano contro i tagli alla scuola, all'università, alla ricerca, i tagli al tempo scuola e il ritorno al maestro unico, insieme a genitori e insegnanti. Il passaggio di un gruppetto di alunni delle elementari, accompagnati dalle proprie mamme e insegnanti, che attraversava piazza Esedra ormai gremita, è stato salutato con un lungo applauso dai "fratelli maggiori" ormai arrivati all'università.
Sanità. Nel gruppo anche molti dipendenti del settore sanità. «Un corteo immenso», è il primo commento a caldo da parte del sindacato Rdb-Cub. «Un numero destinato a crescere, visto che attendiamo ancora l'arrivo di altri pullman».
Precari. Tra i manifestanti anche una folta rappresentanza di lavoratori precari, tra cui molti operatori sanitari che hanno attirato l'attenzione generale. Alcuni autisti di autoambulanza si sono presentati direttamente alla guida dei mezzi di soccorso, con sirene spiegate.
Cobas: protesta riuscitissima. «Uno sciopero riuscitissimo: più della metà delle scuole sono chiuse contro la politica Tremonti-Gelmini, contro una filosofia della scuola che appartiene all'800, contro provvedimenti razzisti di separazione tra italiani e stranieri, contro un'idea di distruzione di un'istituzione fondante del paese - ha detto Pietro Bernocchi, segretario nazionale Cobas - La nostra protesta di rivolge principalmente alle politiche sulla scuola ma in questa manifestazione sono presenti tutte le categorie: sono lavoratori che rifiutano che lo Stato si impegni per salvare banche fraudolente e non investe sui servizi ai cittadini».
«Siamo 300mila» Secondo gli organizzatori, sono circa trecentomila i partecipanti al corteo che sfila per le strade di Roma.
"No Gelmini day" a Milano. A Milano insegnanti e genitori della Rete Scuole hanno atteso il lungo corteo degli studenti in corso di Porta Romana. Accolti con un lungo applauso i giovani hanno salutato l'altra parte della manifestazione contro la riforma della scuola voluta dal ministro dell'Istruzione (No Gelmini day).
Petardo e uova contro il Provveditorato. Un grosso petardo e alcune uova sono state lanciate contro una sede distaccata del Provveditorato agli studi. Durante il tragitto sono stati lanciati da alcuni gruppi di studenti numerosi i fumogeni. Inoltre giovani con il viso coperto hanno scritto con le bombolette spray slogan soprattutto contro le banche.
Genova. Striscioni, fumogeni, scritte spray hanno caratterizzato un corteo di alcune migliaia di persone a Genova contro la riforma Gelmini e l'ex decreto Brunetta, con in testa bambini delle elementari e delle materne, seguiti da studenti, docenti e precari delle scuole e dell'università. Slogan sono stati gridati contro il taglio di 100 mila posti di lavoro, contro il maestro unico e contro i provvedimenti che vanificano le speranze per 500 precari dell'Ateneo genovese.
A Palermo traffico in tilt. È partito da piazza Castelnuovo, al centro di Palermo, il corteo dello Slai Cobas diretto in via Cavour dove ha sede la prefettura. Alla manifestazione partecipano alcune centinaia di persone che protestano contro «la riduzione del tempo pieno alle scuole elementari e prolungato alle medie, contro l'accorpamento delle classi di concorso e contro il ricorso al maestro unico». Il traffico in città è andato in tilt, soprattutto nelle zone centrali, e vi sono ingorghi e code di auto.

Lettera al Corriere della Sera

Caro Severgnini,
sono un ricercatore precario dell'Istituto Superiore di Sanità e le scrivo per la situazione tragica che si sta creando in Italia, nel silenzio dei mass-media. La Camera ha approvato l'emendamento Brunetta (cosiddetto "ammazza-precari") al ddl C1441-quater-A, in cui si prevede che, dal 1° luglio 2009, tutti i precari che abbiano lavorato per più di tre anni con contratti a termine nel pubblico impiego siano licenziati. E' stato stimato che il provvedimento riguarderà circa 150000 persone che resteranno senza lavoro, 10 volte i dipendenti Alitalia. Essendo precari, non avranno liquidazione, cassa integrazione, ammortizzatori sociali. Molti tra loro sono ricercatori. La norma prevede il licenziamento indipendentemente dal fatto che il contratto sia pagato da fondi pubblici o provenienti da finanziamenti esterni. E' una brutale scelta di principio, non dettata da ragioni economiche. Si intende eliminare una generazione di precari, "giovani" dai 25 ai 45 anni, che saranno fatti fuori, mentre chi è dentro (sia un premio Nobel che un "fannullone") resterà al proprio posto. Perciò non si prevede nessun criterio meritocratico. Sottolineo che i precari della ricerca non sono una piccola minoranza ma rappresentano una percentuale elevata del personale, iper-qualificata, che svolge attività estremamente specializzate riguardanti ad esempio la salute, i controlli su farmaci e alimenti, la ricerca energetica e tecnologica. Nel nostro istituto su 2500 lavoratori 700 sono precari. L'emendamento porterà alla paralisi delle attività. E' come se il governo americano da un giorno all'altro licenziasse il 30% dei lavoratori della NASA o dell'NIH. Nessun governo occidentale, di destra o di sinistra, farebbe mai qualcosa del genere. Il nostro sì. E' una situazione paradossale che l'opinione pubblica ignora o approva, senza considerare le ricadute devastanti in un settore strategico per la crescita del paese come la ricerca scientifica.

giovedì 16 ottobre 2008

AMBIENTE: PRECARI ISPRA, SENZA DI NOI A RISCHIO SICUREZZA

(ANSA) - ROMA, 16 OTT - Con il mancato rinnovo dei contratti a termine dei precari Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) prevista dall'articolo 37 bis del ddl lavoro ''sono a rischio controlli ambientali in settori come quelli dei rifiuti, nucleare, difesa del suolo, emergenze ambientali, siti contaminati ed emissioni in atmosfera''. L'allarme e' stato lanciato stamani durante una conferenza stampa a Roma dai 678 precari dell'istituto che nel luglio scorso ha accorpato Apat (Agenzia nazionale per la protezione dell'Ambiente), Icram (Istituto centrale per la ricerca applicata al mare) e Infs (Istituto nazionale fauna selvatica). Secondo quanto rendono noto i lavoratori sono oltre 400 i contratti in scadenza all'Ispra da qui a fine anno. Il portavoce dei precari Ispra, Filippo Pala, ha ricordato che il fisico Renato Angelo Ricci ha espresso la propria solidarieta' al personale precario dell'istituto, di cui e' stato commissario nel 2001 (quando era ancora Anpa), e con una lettera ai ministri dell'Ambiente, Prestigiacomo, e della Funzione Pubblica, Brunetta, ha invitato le istituzioni a prendere provvedimenti per tutelarlo. Durante la conferenza stampa hanno preso la parola alcuni dei lavoratori a rischio. ''Siamo tutti professionisti altamente qualificati - ha spiegato Francesca Sennato - in gran parte vincitori di concorsi pubblici, che hanno rinunciato a posti di lavoro migliori pur di lavorare nell'amministrazione pubblica. Lo Stato deve sapere che mandandoci via non solo non risparmiera' un centesimo, ma ci andra' addirittura a perdere, in termini di professionalita' e competenze''. ''E' chiaro che quando si parla di fuga di cervelli - ha aggiunto Luca De Micheli, geologo recentemente indicato per ricoprire la carica di segretario generale di EuroGeoSurveys - sono proprio situazioni come queste a favorirla. Io, per mia fortuna, non restero' a lungo senza lavoro, poiche' ho offerte da molti altri Paesi europei. Ma i miei colleghi?''. I lavoratori infine denunciano l' impossibilita' di avere comunicazioni certe. ''La situazione e' paradossale - concludono i precari - ci dicono che l'Ispra e' un ente costituito che ancora non esiste, mentre Apat, Icram e Infs non esistono piu'. Ci troviamo di fronte un muro di gomma''.

Precari Ispra lanciano Sos: A rischio protezione ambiente

Roma, 16 ott (Velino) - “È a rischio l’attività di protezione dell’ambiente, dal settore dei rifiuti a quello dei controlli nucleari passando per le bonifiche e l’inventario delle emissioni da gas effetto serra”. È il grido di dolore dei precari dell’Ispra l’ente che ha accorpato tre agenzie ambientali nazionali e cioè l’agenzia per la protezione dell’ambiente (Apat), l’istituto di ricerca applicata al mare (Icram) e l’istituto nazionale per la fauna selvatica (Infs) che rischiano di andare a casa nei prossimi mesi. Si tratta di 678 persone di età compresa tra i 30 e i 55 anni (“precari da una vita”) tra cui molti vincitori di concorso come quello indetto nel 2005 che doveva aprire le porte alla definitiva procedura di stabilizzazione. "Senza di noi – sottolineano - potrebbero saltare le procedure di certificazione ambientali così come le compilazioni statistiche su cui vengono assunte le decisioni istituzionali specie dal ministero dell’Ambiente come in sede europea". E proprio al ministro Prestigiacomo, i precari dell’ambiente si rivolgono: “Brunetta ha rimesso al ministro la valutazione della nostra utilità. Quindi faccia sentire la sua voce”, dicono all’unisono i precari che ribadiscono: le attività di monitoraggio, di autorizzazione in materia ambientale devono restare di competenza pubblica. Insomma, no alla loro esternalizzazione come pare sta avvenendo per le funzioni di supporto alla commissione Via-Vas, quella che si pronuncia sulla compatibilità ambientale di alcuni progetti come rigassificatori, centrali elettriche e molto altro.
In alcuni settori l’apporto del personale precario è fondamentale per far funzionare l’Ispra: è precario il 70 per cento del personale che si occupa di certificazioni ambientale, circa il 40 per cento di quello che si occupa di autorizzazioni e monitoraggio nel settore del decommissioning nucleare. Precario è il personale preposto al mercato delle emissioni previsto dal protocollo di Kyoto, ma lo scenario non cambia nel settore dei rifiuti piuttosto che in quello del servizio idrogeologico – per intenderci il settore che fornisce la consulenza anche alla Protezione civile in caso di frane e alluvioni. Per fare un altro esempio: l’agenzia per il controllo nucleare, viatico per il ritorno dell’Italia all’energia dall’atomo dovrà ‘pescare’ tra questo personale una volta che sarà istituita dal momento che i tecnici dell’Ispra che si occupano di questo settore e cioè quello nucleare sono a ranghi ridotti, sono in procinto di andare in pensione o lo hanno fatto da tempo.
“Non siamo le sanguisughe della pubblica amministrazione. Semmai è il contrario. Nel resto del mondo la figura del precario in questi settori così strategici non è neppure contemplata” dicono raccontando le loro storie. E sottolineano: già nel 2001 era stata avviata una ricognizione sui profili professionali presenti nell’agenzia per la protezione dell’ambiente. L’archivio è ancora lì. Come resta scritta nero su bianco la lettera con cui l’ex commissario dell’agenzia (nominato nel 2001 dal governo Berlusconi), Renato Angelo Ricci sottolineava il ruolo fondamentale che il personale ha svolto e continua a svolgere per l’operatività dell’agenzia che ha funzioni insostituibili. I precari dunque chiedono al ministro della Funzione pubblica ma soprattutto al ministero dell’Ambiente di riprendere in mano il dossier per trovare “soluzioni adeguate sulla stabilizzazione”.