di Emiliano Fittipaldi - L'Espresso - Paolo Zambon sognava di aprirsi un negozietto di abbigliamento in centro, tirare su 50 mila euro l'anno come ha fatto suo fratello, e comprarsi il Cayenne. Invece da un mese, dopo aver cercato inutilmente un posto come commesso per una «griffe fashion», come la chiama, frequenta un corso in una scuola edile di Padova. «Malta e cazzuola, già. Alzare un muro non è uno scherzo, una vera faticaccia. La crisi? Ha cambiato completamente le mie prospettive. In peggio». Fino a qualche tempo fa trovare un giovane veneto disposto a fare l'operaio in un cantiere «era più difficile di scovare un astronauta professionista da mandare alla Nasa», dice Stefano Culli Lanzi, amministratore delegato dell'agenzia interinale Gi Group. Potenza della congiuntura economica negativa, oggi i corsi per muratori organizzati da privati e sindacati di settore vengono presi d'assalto anche dagli italiani. «Un miracolo», chiosano dalla Fillea- Cgil: erano tre anni che nei cantieri tra Mestre e Belluno si vedevano solo stranieri. Paolo, che ha 24 anni, a marzo ha già trovato un lavoro. «Un contratto interinale di una settimana, 350 euro. Poi chissà, anche l'edilizia è in stato comatoso». A mille chilometri di distanza, a Catanzaro, Gilda, Santo, Francesca e gli altri 30 laureati Isef assunti nelle due piscine comunali, sulla Porsche non ci hanno mai puntato. Il tasso di disoccupazione calabrese costringe, da sempre, a desideri più misurati. Oggi, con il Pil in picchiata, anche una 500 usata è pura utopia. Come ottenere un contratto decente: fino a dicembre sono stati inquadrati come ?atleti dilettanti?, dopo i controlli dell'ispettorato del lavoro l'associazione che gestisce gli impianti paga istruttori e bagnini 8 euro l'ora, con un contratto da lavoratori autonomi. «Prendere o lasciare. Prendo, ho detto. Ma ci hanno preso alla gola», racconta Antonio. Lo stesso ultimatum l'ha lanciato una ditta di pulizie a Martina Russo, precaria quarantenne della capitale. «Prima lavoravo tre ore al giorno consecutive, di pomeriggio potevo fare altro. Ora mi hanno piazzato un turno dalle 9 alle 10, un altro dalle 13 alle 14, il terzo dalle 18 alle 19. Mi spieghi lei come faccio ad arrotondare». Paolo Zambon, i maestri di nuoto e Marta la domestica non possono neanche lamentarsi. Sono tra i precari più fortunati. Nei cinema in questi giorni stanno proiettando un film dedicato a loro, ?Generazione 1000 euro?. Il titolo forse andrebbe aggiornato, visto che la recessione ha fatto scivolare parte dei vecchi precari vicino a quota 500. Eppure un posto, seppur grazie a contratti estremi, ce l'hanno ancora. Centinaia di migliaia di cocopro e di somministrati (così vengono chiamati i dipendenti assunti a tempo tramite le agenzie interinali) sono invece rimasti a casa. I dati Istat sul primo trimestre del 2009 verranno pubblicati solo a giugno, ma è possibile già ora fare un primo bilancio dello tsunami che sta sconvolgendo il mondo del lavoro. Secondo l'osservatorio nazionale Ebitemp, l'ente creato dalle agenzie interinali e dai sindacati, da agosto a febbraio si sono persi 58 mila occupati. Ad aprile il mercato è sprofondato, crollando del 45 per cento rispetto allo stesso mese dell'anno scorso. Giù anche il monte salari, sceso del 35,5 per cento. Una débâcle. Federico Vione, un ex somministrato che ce l'ha fatta, è stato catapultato sulla sala di comando di Adecco a inizio anno, e ammette che la tempesta non sembra volersi placare. «Le aziende, semplicemente, non assumono più. Le file davanti alle nostre filiali sono cresciute a dismisura. I candidati alla ricerca di un lavoro sono passati da 80 a 120 mila in poche settimane». Persone a caccia disperata di una retribuzione, disposte a firmare contratti che poco tempo fa non avrebbero nemmeno preso in considerazione. «Anche il profilo è cambiato: prima avevamo in lista soprattutto giovani under 30, ora chiedono aiuto anche professionisti maturi con grande esperienza». I laureati sono disposti ad accettare incarichi demansionanti, tutti si rassegnano a trasferirsi fuori dalla città di residenza. Qualcuno fuori dai confini nazionali. «Con contratto di stage offriamo per un mese lavoro in Vietnam a un panettiere esperto. Servono buone capacità organizzative », dice un annuncio su Internet. A fine aprile le agenzie proponevano posti extreme di ogni tipo, contesi da decine di aspiranti. In un albergo di Bergamo un cameriere ha strappato un contratto della durata di sei giorni, a Salerno una piccola impresa metalmeccanica mette in palio una tuta da saldatore. Sarà scelto solo chi è disponibile a lavorare di notte, «con capacità di concentrazione, precisione e tolleranza allo stress». Tutto per mille euro al mese, per 150 giorni. Il rinnovo? Poi si vedrà. A Cesano Boscone una società di servizi vuole risparmiare bandendo uno stage con «rimborso spese da concordare». Mario Chiocciola, informatico di 46 anni, due figli adolescenti e un mutuo ancora acceso, ha accettato di spostarsi da Roma a Torino per fare l'help-desk per una multinazionale inglese di giochi e scommesse. «Lavoro otto ore al giorno, spesso anche la notte, sabato e domenica compresi. Prendo 900 euro, ma fra tre mesi la somministrazione finisce». Le aziende offrono lavoro di ogni forma e genere. Accomunati sempre da basso salario e brevità record: salumieri da assumere per 20 giorni, promoter nei supermercati per 30, pizzaioli per due settimane «con disponibilità totale» di orari, baristi e banconisti da inchiodare in sala «dal lunedì alla domenica con turni che partono dalle 6 del mattino alle 22 della sera». La flessibilità, se fino al 2008 era considerata da molti un'opportunità per entrare nel mercato del lavoro, si avvia verso una nuova fase. L'economista Pietro Garibaldi la chiama ?modello cuscinetto?. «Con la recessione appare chiara la politica di molte aziende. I precari vengono utilizzati nei tempi buoni, per essere lasciati a casa quando bisogna ristrutturare e tagliare i costi. Le fasce più deboli, quelle senza indennità di disoccupazione e cassa integrazione, fungono da welfare al contrario». Anche i sindacati latitano: loro battagliano per difendere gli operai, chiedono di raddoppiare la cig. Gli atipici, quasi mai iscritti a Cgil, Cisl e Uil, non sono una priorità. Garibaldi non sa se le imprese stanno speculando sulla crisi, sfruttando il rapporto sbilanciato tra domanda offerta per abbassare il costo del lavoro e le garanzie dei dipendenti. «Non voglio sbilanciarmi, non ci sono ancora evidenze. Ma non posso escludere la diffusione di un fenomeno che definirei di ?dumping contrattuale?: la tentazione da parte delle aziende e della pubblica amministrazione di trasformare contratti a tempo in più convenienti cocopro può essere forte». Il ministero dell'Ambiente guidato da Stefania Prestigiacomo, per esempio, non ci ha pensato due volte. I precari che lavorano al dicastero di via Cristoforo Colombo sono centinaia, e molti di loro, alla fine del contratto a tempo determinato (che garantisce buoni pasto, maternità e malattie pagate) si sono visti proporre un più economico cocopro. «Prima si prendeva sui 30-35 mila euro lordi, ora siamo sui 20 mila» spiega Andrea B., che preferisce l'anonimato. «Lo stipendio è calato del 30 per cento, le mansioni sono rimaste identiche. Inoltre non ci hanno assunto più per via diretta, ma attraverso società in house: in questo modo aggirano i concorsi con le chiamate dirette. Io dipendo dalla Sogesid. Altri colleghi hanno un contratto Apat, altri sono targati Sviluppo Italia. Tutti, però, continuiamo come prima e più di prima a lavorare all'Ambiente». Come il cane morde lo straccione, anche la crisi dell'editoria azzanna i più fragili: i primi contratti non rinnovati sono stati quelli dei giornalisti precari, quasi tutte le testate hanno tagliato le collaborazioni del 20-30 per cento. Il settore è asfittico, ma le scuole di giornalismo continuano a spuntare come funghi, vomitando ogni anno centinaia di nuovi professionisti, ignari che a prezzi correnti un articolo in un giornale locale può essere pagato meno di 10 euro lordi. Lorenzo, laureato in filosofia a Messina, sta invece provando a farsi assumere come mozzo sui traghetti che collegano lo Stretto. Dopo inutili (e costosi) master in risorse umane, ha abbandonato definitivamente Marx e Hegel per fare l'intermediatore creditizio, una sorta di tramite tra aziende che vogliono prestiti e le banche che dovrebbero erogarlo. «In sei mesi ho guadagnato 200 euro. Non scherzo. Noi prendiamo una provvigione dell'1 per cento sull'importo del finanziamento, ma gli istituti bocciano sistematicamente ogni richiesta. Speriamo che m'imbarchino presto». Persino i call-center non sono più un rifugio sicuro per i precari storici. Lucia Fraiese, 34 anni di Napoli, vaga da anni tra Tim, Wind e Vodafone. «Sono a spasso da febbraio. I team leader delle squadre chiamano chi vogliono, e io non sono mai stata amica dei capi. A marzo ho provato con le vendite telefoniche, ma le famiglie non hanno un euro in tasca e non comprano nulla. Ora sto facendo la dog-sitter a 5 euro l'ora, ma di clienti se ne vedono pochini: i cani costano, io mi aspetto un boom di abbandoni prima dell'estate». Il dumping contrattuale vale anche per gli immigrati, badanti in testa: ora che sulla piazza sgomitano anche le italiane, i salari per polacche e sudamericane stanno precipitando. «Le ragazze nere sono in basso alla classifica, il boom della domanda le penalizza più delle altre», ragiona la sociologa Chiara Saraceno:«L'arrivo delle donne nel settore non è una novità: negli anni Settanta quelle espulse dalla fabbrica facevano le colf, oggi accudiscono gli anziani. Peccato che in questo momento le famiglie del ceto medio preferiscano risparmiare e svolgere da sole i lavori di cura». La studiosa teme che il sesso debole sarà quello che uscirà peggio dalla congiuntura, e che i ricatti delle aziende, soprattutto quelle piccole, saranno ancora più pesanti che in passato. «È un fatto che in Italia i nostri imprenditori siano lontani da una civilizzazione dei rapporti con i loro dipendenti», chiude dura. Forse la Saraceno esagera, ma i dati di Manager Italia e Od&M Consulting non fanno ben sperare somministrati e flessibili vari: oggi i dirigenti più ricercati dalle aziende sono quelli specializzati in tagli dei costi e del personale.
LA PETIZIONE DA FIRMARE
martedì 19 maggio 2009
Professione sottoprecari
di Emiliano Fittipaldi - L'Espresso - Paolo Zambon sognava di aprirsi un negozietto di abbigliamento in centro, tirare su 50 mila euro l'anno come ha fatto suo fratello, e comprarsi il Cayenne. Invece da un mese, dopo aver cercato inutilmente un posto come commesso per una «griffe fashion», come la chiama, frequenta un corso in una scuola edile di Padova. «Malta e cazzuola, già. Alzare un muro non è uno scherzo, una vera faticaccia. La crisi? Ha cambiato completamente le mie prospettive. In peggio». Fino a qualche tempo fa trovare un giovane veneto disposto a fare l'operaio in un cantiere «era più difficile di scovare un astronauta professionista da mandare alla Nasa», dice Stefano Culli Lanzi, amministratore delegato dell'agenzia interinale Gi Group. Potenza della congiuntura economica negativa, oggi i corsi per muratori organizzati da privati e sindacati di settore vengono presi d'assalto anche dagli italiani. «Un miracolo», chiosano dalla Fillea- Cgil: erano tre anni che nei cantieri tra Mestre e Belluno si vedevano solo stranieri. Paolo, che ha 24 anni, a marzo ha già trovato un lavoro. «Un contratto interinale di una settimana, 350 euro. Poi chissà, anche l'edilizia è in stato comatoso». A mille chilometri di distanza, a Catanzaro, Gilda, Santo, Francesca e gli altri 30 laureati Isef assunti nelle due piscine comunali, sulla Porsche non ci hanno mai puntato. Il tasso di disoccupazione calabrese costringe, da sempre, a desideri più misurati. Oggi, con il Pil in picchiata, anche una 500 usata è pura utopia. Come ottenere un contratto decente: fino a dicembre sono stati inquadrati come ?atleti dilettanti?, dopo i controlli dell'ispettorato del lavoro l'associazione che gestisce gli impianti paga istruttori e bagnini 8 euro l'ora, con un contratto da lavoratori autonomi. «Prendere o lasciare. Prendo, ho detto. Ma ci hanno preso alla gola», racconta Antonio. Lo stesso ultimatum l'ha lanciato una ditta di pulizie a Martina Russo, precaria quarantenne della capitale. «Prima lavoravo tre ore al giorno consecutive, di pomeriggio potevo fare altro. Ora mi hanno piazzato un turno dalle 9 alle 10, un altro dalle 13 alle 14, il terzo dalle 18 alle 19. Mi spieghi lei come faccio ad arrotondare». Paolo Zambon, i maestri di nuoto e Marta la domestica non possono neanche lamentarsi. Sono tra i precari più fortunati. Nei cinema in questi giorni stanno proiettando un film dedicato a loro, ?Generazione 1000 euro?. Il titolo forse andrebbe aggiornato, visto che la recessione ha fatto scivolare parte dei vecchi precari vicino a quota 500. Eppure un posto, seppur grazie a contratti estremi, ce l'hanno ancora. Centinaia di migliaia di cocopro e di somministrati (così vengono chiamati i dipendenti assunti a tempo tramite le agenzie interinali) sono invece rimasti a casa. I dati Istat sul primo trimestre del 2009 verranno pubblicati solo a giugno, ma è possibile già ora fare un primo bilancio dello tsunami che sta sconvolgendo il mondo del lavoro. Secondo l'osservatorio nazionale Ebitemp, l'ente creato dalle agenzie interinali e dai sindacati, da agosto a febbraio si sono persi 58 mila occupati. Ad aprile il mercato è sprofondato, crollando del 45 per cento rispetto allo stesso mese dell'anno scorso. Giù anche il monte salari, sceso del 35,5 per cento. Una débâcle. Federico Vione, un ex somministrato che ce l'ha fatta, è stato catapultato sulla sala di comando di Adecco a inizio anno, e ammette che la tempesta non sembra volersi placare. «Le aziende, semplicemente, non assumono più. Le file davanti alle nostre filiali sono cresciute a dismisura. I candidati alla ricerca di un lavoro sono passati da 80 a 120 mila in poche settimane». Persone a caccia disperata di una retribuzione, disposte a firmare contratti che poco tempo fa non avrebbero nemmeno preso in considerazione. «Anche il profilo è cambiato: prima avevamo in lista soprattutto giovani under 30, ora chiedono aiuto anche professionisti maturi con grande esperienza». I laureati sono disposti ad accettare incarichi demansionanti, tutti si rassegnano a trasferirsi fuori dalla città di residenza. Qualcuno fuori dai confini nazionali. «Con contratto di stage offriamo per un mese lavoro in Vietnam a un panettiere esperto. Servono buone capacità organizzative », dice un annuncio su Internet. A fine aprile le agenzie proponevano posti extreme di ogni tipo, contesi da decine di aspiranti. In un albergo di Bergamo un cameriere ha strappato un contratto della durata di sei giorni, a Salerno una piccola impresa metalmeccanica mette in palio una tuta da saldatore. Sarà scelto solo chi è disponibile a lavorare di notte, «con capacità di concentrazione, precisione e tolleranza allo stress». Tutto per mille euro al mese, per 150 giorni. Il rinnovo? Poi si vedrà. A Cesano Boscone una società di servizi vuole risparmiare bandendo uno stage con «rimborso spese da concordare». Mario Chiocciola, informatico di 46 anni, due figli adolescenti e un mutuo ancora acceso, ha accettato di spostarsi da Roma a Torino per fare l'help-desk per una multinazionale inglese di giochi e scommesse. «Lavoro otto ore al giorno, spesso anche la notte, sabato e domenica compresi. Prendo 900 euro, ma fra tre mesi la somministrazione finisce». Le aziende offrono lavoro di ogni forma e genere. Accomunati sempre da basso salario e brevità record: salumieri da assumere per 20 giorni, promoter nei supermercati per 30, pizzaioli per due settimane «con disponibilità totale» di orari, baristi e banconisti da inchiodare in sala «dal lunedì alla domenica con turni che partono dalle 6 del mattino alle 22 della sera». La flessibilità, se fino al 2008 era considerata da molti un'opportunità per entrare nel mercato del lavoro, si avvia verso una nuova fase. L'economista Pietro Garibaldi la chiama ?modello cuscinetto?. «Con la recessione appare chiara la politica di molte aziende. I precari vengono utilizzati nei tempi buoni, per essere lasciati a casa quando bisogna ristrutturare e tagliare i costi. Le fasce più deboli, quelle senza indennità di disoccupazione e cassa integrazione, fungono da welfare al contrario». Anche i sindacati latitano: loro battagliano per difendere gli operai, chiedono di raddoppiare la cig. Gli atipici, quasi mai iscritti a Cgil, Cisl e Uil, non sono una priorità. Garibaldi non sa se le imprese stanno speculando sulla crisi, sfruttando il rapporto sbilanciato tra domanda offerta per abbassare il costo del lavoro e le garanzie dei dipendenti. «Non voglio sbilanciarmi, non ci sono ancora evidenze. Ma non posso escludere la diffusione di un fenomeno che definirei di ?dumping contrattuale?: la tentazione da parte delle aziende e della pubblica amministrazione di trasformare contratti a tempo in più convenienti cocopro può essere forte». Il ministero dell'Ambiente guidato da Stefania Prestigiacomo, per esempio, non ci ha pensato due volte. I precari che lavorano al dicastero di via Cristoforo Colombo sono centinaia, e molti di loro, alla fine del contratto a tempo determinato (che garantisce buoni pasto, maternità e malattie pagate) si sono visti proporre un più economico cocopro. «Prima si prendeva sui 30-35 mila euro lordi, ora siamo sui 20 mila» spiega Andrea B., che preferisce l'anonimato. «Lo stipendio è calato del 30 per cento, le mansioni sono rimaste identiche. Inoltre non ci hanno assunto più per via diretta, ma attraverso società in house: in questo modo aggirano i concorsi con le chiamate dirette. Io dipendo dalla Sogesid. Altri colleghi hanno un contratto Apat, altri sono targati Sviluppo Italia. Tutti, però, continuiamo come prima e più di prima a lavorare all'Ambiente». Come il cane morde lo straccione, anche la crisi dell'editoria azzanna i più fragili: i primi contratti non rinnovati sono stati quelli dei giornalisti precari, quasi tutte le testate hanno tagliato le collaborazioni del 20-30 per cento. Il settore è asfittico, ma le scuole di giornalismo continuano a spuntare come funghi, vomitando ogni anno centinaia di nuovi professionisti, ignari che a prezzi correnti un articolo in un giornale locale può essere pagato meno di 10 euro lordi. Lorenzo, laureato in filosofia a Messina, sta invece provando a farsi assumere come mozzo sui traghetti che collegano lo Stretto. Dopo inutili (e costosi) master in risorse umane, ha abbandonato definitivamente Marx e Hegel per fare l'intermediatore creditizio, una sorta di tramite tra aziende che vogliono prestiti e le banche che dovrebbero erogarlo. «In sei mesi ho guadagnato 200 euro. Non scherzo. Noi prendiamo una provvigione dell'1 per cento sull'importo del finanziamento, ma gli istituti bocciano sistematicamente ogni richiesta. Speriamo che m'imbarchino presto». Persino i call-center non sono più un rifugio sicuro per i precari storici. Lucia Fraiese, 34 anni di Napoli, vaga da anni tra Tim, Wind e Vodafone. «Sono a spasso da febbraio. I team leader delle squadre chiamano chi vogliono, e io non sono mai stata amica dei capi. A marzo ho provato con le vendite telefoniche, ma le famiglie non hanno un euro in tasca e non comprano nulla. Ora sto facendo la dog-sitter a 5 euro l'ora, ma di clienti se ne vedono pochini: i cani costano, io mi aspetto un boom di abbandoni prima dell'estate». Il dumping contrattuale vale anche per gli immigrati, badanti in testa: ora che sulla piazza sgomitano anche le italiane, i salari per polacche e sudamericane stanno precipitando. «Le ragazze nere sono in basso alla classifica, il boom della domanda le penalizza più delle altre», ragiona la sociologa Chiara Saraceno:«L'arrivo delle donne nel settore non è una novità: negli anni Settanta quelle espulse dalla fabbrica facevano le colf, oggi accudiscono gli anziani. Peccato che in questo momento le famiglie del ceto medio preferiscano risparmiare e svolgere da sole i lavori di cura». La studiosa teme che il sesso debole sarà quello che uscirà peggio dalla congiuntura, e che i ricatti delle aziende, soprattutto quelle piccole, saranno ancora più pesanti che in passato. «È un fatto che in Italia i nostri imprenditori siano lontani da una civilizzazione dei rapporti con i loro dipendenti», chiude dura. Forse la Saraceno esagera, ma i dati di Manager Italia e Od&M Consulting non fanno ben sperare somministrati e flessibili vari: oggi i dirigenti più ricercati dalle aziende sono quelli specializzati in tagli dei costi e del personale.
Contratti precari e lavoro per giovani 30enni sempre peggio: indagine sull'Espresso.
Se, secondo quanto comunicato ieri, l’Italia è il Paese dove si percepiscono i salari più bassi, a risentire della condizione di particolare crisi nel nostro BelPaese sono i giovani, le cui opportunità di lavoro, sempre fin troppo poche, tanto da aver portato alla cosiddetta ‘fuga dei cervelli’ verso altri paesi europei e non, oggi diminuiscono ancora di più. La crisi economica attuale ha cambiato sogni, speranze e progetti anche di chi ci credeva, come Paolo Zambon, un ragazzo che sognava di aprirsi un negozietto di abbigliamento in centro, guadagnare 50 mila euro l'anno e comprarsi il Cayenne. Invece da un mese, dopo aver cercato inutilmente un posto come commesso per una griffe fashion, frequenta un corso in una scuola edile di Padova. Secondo l'osservatorio nazionale Ebitemp, l'ente creato dalle agenzie interinali e dai sindacati, da agosto a febbraio si sono persi 58 mila occupati. Ad aprile il mercato è sprofondato, crollando del 45 per cento rispetto allo stesso mese dell'anno scorso. Giù anche il monte salari, sceso del 35,5 per cento e i ragazzi di oggi (ma non solo tanto giovani) pur di lavorare sono disposti a firmare contratti a condizioni che prima non sarebbero mai state accettate. Secondo un’indagine pubblicata da L’Espresso, è salito anche, notevolmente, il numero di coloro che sono disposti a trasferirsi dalla propria città per lavoro. Qualcuno è anche disposto a varcare i confini nazionali. Le aziende offrono lavoro di ogni forma e genere, tutti, però, accomunati da basso salario e tempi record: salumieri da assumere per 20 giorni, promoter nei supermercati per 30, pizzaioli per due settimane, baristi e banconisti da assumere dal lunedì alla domenica con turni che partono dalle 6 del mattino alle 22 della sera. L'economista Pietro Garibaldi la chiama ‘modello cuscinetto’ e spiega: “Con la recessione appare chiara la politica di molte aziende. I precari vengono utilizzati nei tempi buoni, per essere lasciati a casa quando bisogna ristrutturare e tagliare i costi” E, dal canto loro, i sindacati battagliano per difendere gli operai, chiedono di raddoppiare la cig. Quando arriverà il cambio di rotta nel settore lavoro?
lunedì 18 maggio 2009
ECCO DUE BUONI MOTIVI PER NON ANDARE A VOTARE. MA, ALLA FINE CI ANDREMO. TURANDOCI IL NASO
Ci voleva uno studio inglese per stabilire quali sono gli europarlamentari che guadagnano di più e quelli che sono meno presenti. I più fannulloni per usare un termine tanto caro all'operoso Brunetta. Vi lascio immaginare qual'è la pattuglia a Strasburgo che guida le due classifiche. E se ancora avete qualche dubbio vi dico che primeggiano in tutte le due le speciali graduatorie gli eletti in Italia. 78 , cinque anni fa, 72, il prossimo giugno. Sono i più pagati d'Europa e guadagnano 134.291 euro all'anno. In compenso sono i meno presenti a Strasburgo e a Bruxelles. La loro partecipazione alle assemblee è pari 72% delle sedute e assicura ai nostri rappresentanti un umiliante ultimo posto in classifica. Tra i primi 100 presenzialisti sono soltanto 3 i deputati italiani. Di contro, fra gli ultimi 20 la metà esatta sono italiani. Da vergognarsi. E ancora. 37 figurano oltre l'800esima posizione e 9 oltre la 900esima. I peggiori in assoluto sono la Mussolini, Cirino Pomicino, De Michelis, Umberto Bossi, Adriana Poli Bortone e Gian Paolo Gobbo. Ce ne sarebbe abbastanza per disertare le urne ma, come al solito, non lo faremo. Esprimeremo il nostro diritto-dovere di voto . Il nostro pensiero, però, andrà ad un certo Indro Montanelli che, qualche elezione fa, invitò gli italiani a votare un partito ( la Democrazia Cristiana ) usando però una precauzione: turandosi il naso. Insegnamento più che valido anche oggi.
Le tasse divorano i salari, Italia maglia nera
La busta paga degli italiani è tra le più leggere tra quelle dei grandi Paesi industrializzati: colpa soprattutto del cuneo fiscale, la differenza cioè tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore. A dirlo è l’ultimo rapporto dell’Ocse sulla tassazione dei salari, aggiornato al 2008. Sui trenta Paesi che fanno riferimento all’organizzazione di Parigi, l’Italia si colloca al 23° posto: davanti, in termini di salari, ci sono non solo Gran Bretagna, Giappone, Stati Uniti, Germania e Francia ma praticamente tutti i Paesi europei. Gli italiani nel 2008 hanno guadagnato il 17% in meno della media Ocse; la busta paga media non arriva a 16mila euro l’anno, poco più di 1.300 euro al mese. A influire negativamente è soprattutto il cuneo fiscale: il peso di tasse e contributi per un lavoratore dal salario medio (single e senza carichi di famiglia) è del 46,5%. In questa classifica l’Italia risulta infatti al sesto posto tra i trenta paesi Ocse, partendo da quelli dove è maggiore il peso fiscale sulle buste paga. La situazione migliora se si considera il caso di un lavoratore, sempre con un salario medio ma sposato e con due figli a carico. In questo caso il cuneo è al 36% e l’Italia si colloca all’undicesimo posto nell’Ocse. «I dati Ocse sono da tenere in considerazione, ma non va dimenticato il grosso sforzo che il governo italiano ha fatto finora sul fronte dell’economia aiutando, con una serie di provvedimenti mirati, le fasce più deboli della società, le piccole e medie imprese, i giovani». Lo afferma in una nota il ministro dell’Attuazione del programma di governo, Gianfranco Rotondi. Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sottolinea: «I bassi salari italiani sono stati causati dalla vecchia contrattazione collettiva centralizzata, che ora le parti sociali, d’accordo con il governo, hanno dovuto cambiare». Quanto alla pressione fiscale, ci sono novità come «la tassazione agevolata al 10%» per tutta la parte di salario legata alla produttività «che viene decisa in sede aziendale». E a Paolo Ferrero del Prc che parla di «dati scioccanti» e a Cesare Damiano del Pd, secondo cui «sarebbe necessario un intervento del governo, con risorse fresche e aggiuntive per potenziare il potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni», Daniele Capezzone del Pdl risponde: «La sinistra che commenta i dati Ocse sui salari è stranamente smemorata. Furono Prodi e Visco ad aumentare le tasse a tutti, alzando le aliquote fiscali anche alle fasce più deboli in una fase espansiva dell’economia mondiale, che fu così sciupata dall’Italia. Invece, il governo Berlusconi sta facendo i conti con una fase delicata a livello internazionale, e, ciononostante, non ha messo le mani nelle tasche degli italiani, ha esteso la copertura degli ammortizzatori sociali anche ai precari, ha previsto misure sociali e ora ha impostato misure per la ripresa, dal piano delle grandi opere al piano casa. La differenza è evidentissima», conclude Capezzone.
In Italia salari netti tra i più bassi sviluppati
Gli italiani incassano ogni anno uno stipendio che è tra i più bassi tra i Paesi Ocse. Con un salario netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al 23/o posto della classifica dei 30 Paesi dell’organizzazione di Parigi. Buste paga più pesanti non solo in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma anche Grecia e Spagna. È quanto risulta dal rapporto Ocse sulla tassazione dei salari, aggiornato al 2008 e appena pubblicato. La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia. È calcolato in dollari a parità di potere d’acquisto. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Salari italiani penalizzati anche se il raffronto viene fatto con la Ue a 15 (27.793 di media) e con la Ue a 19 (24.552).
Consumatori. «Non solo l’Italia è tra gli ultimi paesi per i bassi salari percepiti dai lavoratori, ma risulta in pessima posizione anche per quanto riguarda il potere d’acquisto dei cittadini». Lo afferma il presidente Codacons Carlo Rienzi, commentando l’indagine. «Considerando infatti salari e livello di prezzi e tariffe, prezzi e tariffe che in Italia sono cresciuti dall’introduzione dell’euro ad oggi assai più rispetto ad altri paesi europei, il nostro paese ne esce davvero male. La riprova arriva dai dati sui consumi, da tempo al palo. Per consentire all’Italia di ritornare competitiva rispetto al resto d’Europa - conclude Rienzi - serve una reale detassazione degli stipendi e una riduzione generalizzata dei listini al dettaglio, consentendo ci cittadini italiani di acquistare tanto quanto i cugini europei».
Damiano (Pd). «I dati Ocse testimoniano una verità conosciuta: che le retribuzioni nette dei lavoratori italiani sono ben al disotto della media dei 30 Paesi più industrializzati. Il divario negativo è di 17 punti percentuali. Questo dimostra quanto sarebbe necessario un intervento del governo, con risorse fresche e aggiuntive per potenziare il potere d’acquisto delle retribuzione e delle pensioni, come una delle componenti essenziali per l’uscita dalla crisi. Lo dice il responsabile Lavoro del Pd, Cesare Damiano, che aggiunge: «Uno dei dati rilevato dall’indagine dell’Ocse è il divario tra retribuzione lorda e retribuzione netta in busta paga: il famoso cuneo fiscale, che il governo Prodi, con lungimiranza, aveva provveduto a diminuire in modo significativo. Occorrerebbe però proseguire su questa strada scegliendo di investire risorse per uscire dalla crisi, anzichè aspettare che passi la nottata».
Capezzone (Pdl). «Furono Prodi e Visco, con la loro sbagliatissima prima finanziaria, ad aumentare le tasse a tutti, alzando le aliquote fiscali anche alle fasce più deboli». Lo afferma Daniele Capezzone, portavoce del Pdl. «La cosa - sottolinea Capezzone - è particolarmente grave perché avvenne in una fese espansiva dell’economia mondiale, che fu così sciupata dall’Italia». Secondo Capezzone, «il governo Berlusconi invece sta facendo i conti con una fase delicata a livello internazionale, e, ciononostante, non ha messo le mani nelle tasche degli italiani, ha esteso la copertura degli ammortizzatori sociali anche ai precari, ha previsto misure sociali (dalla social card al bonus fiscale), e ora ha impostato misure per la ripresa (dal piano delle grandi opere al piano casa)».
Non prendiamoci in giro. La crisi c'è. Il governo no.
Per Berlusconi la crisi economica è superata, solo che l’opposizione e i giornali, tutti catastrofisti, si ostinano a vedere un mondo immaginario. Quella crisi che prima ha chiamato catastrofe epocale, colpa degli USA, ora è passata. Stiamo parlando dello stesso premier che novembre ha promesso 80 miliardi contro la crisi e poi ha destinato zero risorse all’emergenza…., come ha certificato il fondo monetario internazionale, quindi non un fazioso esponente dell'opposizione, che dice che l'Italia, ha messo in campo circa lo 0,2 per cento del Pil, cioè meno di un decimo della media mondiale. E Dario Franceschini ha sbottato: “Quando è troppo, è troppo. Ieri la crisi era un problema psicologico, oggi il peggio è passato”, ha risposto da Perugia, dove si trovava per un appuntamento elettorale. “Berlusconi deve smetterla di prendere in giro gli italiani - ha rincarato la dose. Non è possibile aspettare che la soluzione cada dal cielo: il governo deve agire. Noi lo incalzeremo presentando le nostre proposte e non ci accontenteremo di un no, ma pretenderemo un voto in Aula. La sera non si mangia ottimismo a cena! Alcune categorie - ha detto il leader del Pd - hanno bisogno di un aiuto dello Stato che gli consenta di aspettare la fine dell'emergenza. Il G8 in cui si discuteranno le nuove regole della finanza globale non può essere per il governo un alibi per aspettare”. Il leader del Pd ha proseguito aggiungendo che “ci sono migliaia di italiani, lavoratori o piccoli imprenditori, commercianti, artigiani, precari, pensionati, che con grande coraggio, come sempre fanno gli italiani nei momenti di difficoltà affrontano la loro giornata. Altre persone hanno bisogno di misure per affrontare l'emergenza che consentano di aspettare la fine della crisi. Sono esattamente queste misure di emergenza che mancano e chi guida il paese non può mettere la testa sotto la sabbia. Affrontiamo le prossime settimane con una parola d'ordine scomparsa dalla politica italiana, ma che deve ritornare. La parola è serietà”. Parole simili a quelle della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. “L’uscita dalla crisi sarà lunga, complicata e dolorosa per arrivare di nuovo ad un livello accettabile. Il dato di ieri sul Pil evidenzia che siamo in una crisi molto profonda, inedita e senza paragoni. È la peggiore dalla depressione del 1929 a oggi”.
Ricostruzione in Abruzzo, no alle new town.
"No ai prefabbricati che poi tacitamente diventano permanenti, lasciando così morire i centri storici. Sul terremoto abbiamo scelto la linea piu' collaborativa - ha proseguito Franceschini - accantonando ogni polemica. Ma il dovere dell'opposizione e' anche quello di controllare la distanza tra le promesse che vengono fatte e quelle che vengono mantenute".
Franceschini in Umbria ha visitato Foligno, una delle cittadine più colpite dal terremoto del '97 e ha ricordato la bonta' del "modello Umbria" nella ricostruzione. “Qui nessuno ha pensato alle new town perché tutti volevano tornare nelle old town. tutti gli abitanti de L'Aquila - ha proseguito il leader del Pd - devono poter decidere del loro futuro e hanno il diritto di tornare nel centro storico, dove c'e' la loro identità collettiva. A L'Aquila il freddo arriva molto presto. Ma prima del grande freddo - ha detto - arriva il grande caldo e, vivere in 12 persone in una tenda, in una grande tendopoli e con servizi igienici comuni, e' un problema serio".
venerdì 15 maggio 2009
PIL/ Franceschini al Governo: servono misure concrete
Dario Franceschini sta girando l'Italia per le elezioni e sente che, «come avviene nei momenti di difficoltà, gli italiani hanno energie positive e voglia di uscire in fretta dalla crisi. Ma hanno diritto che il Governo faccia quello che hanno fatti i governi di tutti gli altri Paesi del mondo, cioè misure concrete per affrontare l'emergenza». In particolare - ha detto parlando con i giornalisti a Fano - «il sistema delle piccole e medie imprese ha bisogno di accedere al credito, finché non ripartono i consumi ha bisogno di credito da parte delle banche, ha bisogno di provvedimenti concreti». Franceschini ha ricordato che il Pd ha presentato in Parlamento una proposta «che prevede che l'acconto delle imposte di giugno passi dal 40 al 20%, in modo da dare respiro in attesa che ripartano i consumi». Ma «ci hanno bocciato anche questa proposta. Come ci hanno bocciato l'assegno di disoccupazione per i precari, come hanno bocciato il contributo di solidarietà sui redditi dei più ricchi per aiutare la povertà assoluta. Noi sappiamo che un grande partito può fare il bene del Paese, anche stando all'opposizione» e quindi «mettiamo in campo risposte concrete. Il Governo - ha ripetuto - sembra stare lì con le mani in mano, aspettando che la crisi globale passi da sola. Non va bene»
P. A.: ARRIVA LA 'RIVOLUZIONE BRUNETTA'
(AGI) - Roma, 15 mag. - "Parte la rivoluzione Brunetta". Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e' sceso in conferenza stampa per annunciare il via libera politico allo schema di decreto legislativo delega per la produttivita' nella pubblica amministrazione. Un via libera su cui il ministro Brunetta aveva posto una questione di fiducia in prima persona.
Il via libera di oggi segue a quello gia' dato dal precedente Consiglio dei ministri ed e' in attesa del via libera definitivo dopo un iter che prevede il passaggio alle commissioni parlamentari, al Cnel, alla Conferenza Stato-Regioni. La previsione e' dunque che l'ok finale si abbia dopo le elezioni europee.
Rientra cosi' la minaccia di dimissioni del ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta. "Il ministro Brunetta ha messo in atto una tattica da birichino che lo ha portato a un ottimo risultato. Ma c'e' stima amicizia e affetto da parte dei ministri con lui e con tutti" ha detto il presidente Berlusconi.
Nel Dlgs, hanno spiegato il premier e il ministro c'e' una "grande riforma" che prevede la digitalizzazione di Pubblica amministrazione, famiglie e imprese e una impostazione meritocratica che prevede anche compensi economici. "Solo il 25% dei 3,5 milioni di dipendenti, avra' il 50% delle risorse premio.
P.A.: LANZILLOTTA, BRUNETTA RINUNCIA ALLA CLASS ACTION
(ASCA) - Roma, 15 mag - ''Il Ministro Brunetta cede alle resistenze della burocrazia e alle pressioni lobbistiche dei concessionari dei servizi pubblici. Rinuncia alla class action che lui stesso aveva indicato come la rivoluzione che avrebbe finalmente tutelato i cittadini nei confronti dei soprusi delle amministrazioni e di tutti coloro che erogano servizi pubblici. Come un punto chiave della sua 'rivoluzione'. Ma, nonostante gli annunci, a dimettersi il Ministro non ci pensa per nulla. No, caro Ministro. Speravamo che avrebbe avuto piu' coerenza e piu' coraggio. Ma cosi' non e' stato''. Ad affermarlo e' Linda Lanzillotta, responsabile Funzione pubblica del Partito Democratico. ''E non accampi scuse: il parere del Consiglio di Stato -aggiunge Lanzillotta- e' un paravento per nascondere la sua sconfitta politica. Il Consiglio di Stato, infatti, in questo caso non c'entra proprio nulla. Il Consiglio di Stato si esprime quando il Governo deve adottare un regolamento. In questo caso c'e' una delega legislativa approvata dal Parlamento e il Governo deve attuarla sentendo i pareri previsti dalla legge stessa, cioe' quelli della Conferenza Stato Regioni e delle Commissioni parlamentari. Eventuali problemi di carattere giuridico andavano valutati prima dell'approvazione della legge o, dopo di essa, dalla Corte costituzionale. Altrimenti si torna in Parlamento e si dice che la class action non si puo' piu' fare e si modifica la norma''. ''La verita' e' -dice Lanzillotta- che ancora una volta il Ministro si rivela forte con i deboli e debole con i forti. Fa la faccia feroce con i dipendenti pubblici e si mette la coda tra le gambe di fronte all'alta burocrazia e alle societa' dello Stato, alle municipalizzate e a tutte le concessionarie di servizi pubblici. Ora sara' molto piu' difficile chiedere serieta', trasparenza, efficienza alla pubblica amministrazione se i primi a sottrarsi sono coloro cui spettano le maggiori responsabilita': i funzionari e le societa' di gestione. Ci dispiace molto doverlo dire, perche' ancora ieri al Forum PA avevo assicurato al Ministro che il PD lo avrebbe sostenuto nella sua battaglia per modernizzare la pubblica amministrazione. La sconfitta di oggi conferma pero' che Brunetta fa battaglie solitarie e che il suo Governo lo lascia solo. Coerenza avrebbe voluto che avesse confermato le dimissioni! Da oggi, caro Ministro, le sue battaglie saranno assai meno credibili''.
P.A.: BRUNETTA, 50% DEI PREMI A 25% DEI DIPENDENTI, STAGE ALL'ESTERO
(ASCA) - Roma, 15 mag - Premialita', valutazione del merito, ma anche stage all'estero per i dirigenti. Sono alcune delle novita' contenute nel decreo legislativo di attuazione riforma della pubblica amministrazione approvato dal Consiglio dei Ministri e che da lunedi' passa all'esame delle competenti commissioni parlamentari per il previsto parere, che deve essere espresso entro 60 giorni. Il Ministro della P.A., Renato Brunetta, ha posto l'accento sull'aspetto della valutazione del merito spiegando che ''solo il 25% dei dipendenti pubblici, con le nuove norme, avra' il 50% delle risorse messe a disposizione per la premialita'. Non era mai successo. Oggi - ha sottolineato - va tutto a tutti''. Inoltre ''i dirigenti dovranno fare 6 mesi all'estero per acquisire esperienza''.
Via libera alla rivoluzione Brunetta sulla P.A.
Roma - Il testo con la riforma della pubblica ammistrazione, la cosiddetta "rivoluzione Brunetta", inizia il proprio iter. Lo ha comunicato il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, sottolineando che il provvedimento "verrà sottoposto all’esame delle Camere, alla Conferenza Stato-Regioni, e al Cnel". "Tutte le famiglie - ha fatto sapere il premier - potranno tramite internet collegarsi con le istituzioni. Anche i 3,5 milioni di pubblici dipendenti potranno trarre da questa rivoluzione motivo per sentirsi realizzati".
Brunetta: entro due mesi sarà legge La riforma della Pubblica amministrazione sarà legge entro sessanta giorni. Ad assicurarlo è il ministro Renato Brunetta: "Le commissioni parlamentari di Camera e Senato hanno 60 giorni di tempo. Tutto si può concludere - afferma Brunetta - entro 60 giorni a partire da lunedì e anche prima". Il ministro ha poi chiarito che "le premialità non verranno date a tutti, ma solo ai più meritevoli".
Berlusconi: il ministro è birichino "Non c’è nessun problema, Brunetta ha adottato una tecnica da birichino che ha avuto i suoi risultati". Lo afferma il premier nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi parlando della minaccia di dimissioni avanzata dal ministro della Pubblica amministrazione.
Premialità "Solo il 25% dei dipendenti pubblici, e il sindacato è d’accordo, avrà a disposizione il 50% di tutte le risorse destinate alla premialità. Non è stato fatto mai neanche nel privato se non per qualche iniziativa singola". Brunetta annuncia alla stampa la sua riforma della pubblica amministrazione, assicurando che la meritocrazia si sentirà anche nelle differenze in busta paga. Nei giorni scorsi il ministro della Funzione pubblica aveva minacciato le dimissioni, ora è soddisfatto per aver incassato il via libera del cdm al provvedimento.
Produttività e trasparenza In particolare, spiega che il confronto sulla riforma varata oggi con il dlgs sulla produttività e la trasparenza "non è una partita che si gioca tra governo e il sindacato dei dipendenti pubblici, ma riguarda tutto il Paese". E ancora: "Questo provvedimento riguarda i cittadini, i sindacati del settore privato e anche quelli dei datori di lavoro, come la Confindustria". Il ministro conferma di aver chiesto anche un parere "molto articolato" al Cnel.
Class action Tra le novità, annuncia anche che la class action nella pubblica amministrazione "partirà dal primo gennaio 2010", spiegando l’obbligo, per i dirigenti, di un periodo di lavoro-studio all’estero presso le organizzazioni internazionali.martedì 12 maggio 2009
Forum PA: Entriamo nel merito
La ventesima edizione apre con un'autovalutazione dell'attività della PA. A partire da quella di Brunetta: se la riforma non diventa legge, si dimetterà. Ma se diventa legge, chiede l'aiuto di tutti
Il convegno inaugurale “PA un anno dopo: facciamo il punto”: al termine di un anno di governo, Brunetta torna a Forum PA per rendere conto a cittadini, impiegati pubblici e giornalisti delle attività e dei risultati di un anno di lavoro. Tante le questioni da chiarire sui cento “oggetti di innovazione”dichiarati come attività svolta in dodici mesi. “Molti avevano detto che i miei erano solo annunci senza sostanza: manderò il materiale a Eugenio Scalfari per sapere se si ricrede”, dirà il Ministro in sala stampa.
Dopo un'intensa attività inaugurale condivisa con le altre cariche istituzionali, il Ministro arriva alle puntuale alle 11:30.Anziché i soliti palchi elettoral-scolastici, l'allestimento prevede un colloquiale salottino, che meglio dispone alla conversazione tra il Ministro ed Andrea Pamparana, vicedirettore del Tg5, noto anche come “l'indignato speciale” nel mondo dei malfunzionamenti della PA. Gli argomenti principali verranno argomentati anche con spunti tra quelli pervenuti sul forum “Confronti PA”.
La domanda iniziale riguarda la burocrazia: come fare a togliere a questa parola la valenza di nemico?
“Il sistema della PA costa un cifra spaventosa come 300 miliardi l'anno. In caso di inefficienza la PA non è un'azienda e non può chiudere, ma può migliorare. Noi non puntiamo ad un obiettivo medio, bensì all'eccellenza”, ovunque sia la democrazia, ovvero in giustizia, scuola, salute, sicurezza ed anche burocrazia. Non possiamo accontentarci, continua il Ministro: “in Italia spendiamo quanto le altre PA ed abbiamo un capitale umano migliore di quello delle aziende, ma le regole sono balorde e né politica, né sindacato né dirigenza hanno fatto il loro dovere. A parità di soldi -non ho mai detto che voglio tagliare- voglio cambiare le regole verso l'eccellenza. Tutti i nostri servizi devono diventare i migliori d'Europa”.
La sala è strapiena, forse gli spettatori in piedi sono quasi quanti quelli seduti.
“I forti non hanno bisogno di uno Stato efficiente: anche la giustizia si compra, attraverso gli arbitrati. Ma la gente normale ne ha bisogno. Io da giovane ho scelto di stare dalla parte della gente normale e se questo vuol dire essere riformisti, allora sono riformista. Dico questo al mio amico Gad Lerner, che dice che sto dalla parte dei padroni”.
Nessun taglio
Ogni transazione della PA deve poter essere giudicata. Mettendo voce e piedi dei cittadini la PA può essere valutata e giudicata e possiamo raggiungere un incremento delle prestazioni della PA anche del 50%. E sempre a parità di spesa: a differenza di quanto dice la signora Bignardi, io non ho mai chiesto tagli. Ciò non è contro la contrattazione.
L'efficienza passerà per tagli di stipendi e tagli di teste. “Come in tutte le rivoluzioni”, propone Pamparana, “molti temono che in un'ondata moralizzatrice la propria testa verrà tagliata anche senza effettiva ragione”.
“Sono troppo intelligente per fare di ogni erba un fascio, anche se qualcuno ha cercato di farmelo dire”, spiega il Ministro senza cambiare tono di voce. “Credo in modelli di valutazione e trasparenza, altrimenti l'assenteista viene trattato come il lavoratore responsabile. Sto rompendo questo stato di cose, ho bisogno del vostro aiuto”.
“E' sempre un problema di testa”, ripete Brunetta. “Il dipendente deve potersi fidare del proprio datore di lavoro. La politica ha fatto clientelismo, il sindacato ha preferito il consenso alla customer satisfaction. Ne prendo atto, ma si può cambiare”.
Molti sono i canali, vecchi e nuovi, ai quali il cittadino può ricorrere per comunicare, segnalare, protestare con il settore pubblico. Rispondere al cittadino in maniera diretta espone anche al rischio di azioni coordinate, come mostrano le notizie che riguardano qualsiasi sistema di questo tipo. Non è un rischio? “No”, tranquillizza l'innovatore: “stiamo creando un sistema di customer satisfaction che sembra funzionare”.
Il sistema proposto si compone di molti ingranaggi che stanno mostrando la loro posizione e struttura, onde ottenere il funzionamento della PA italiana all'eccellenza europea. Per raggiungere questo obiettivo la legge è solo uno strumento che va posto in opera e invocato da molti, se non da tutti. Ad esempio, “le public utilities non sono PA ma partecipate. Si diano una regolata anche loro”, perché lavorano bene ma dovrebbero lavorare meglio.
Approvare l'efficienza
Si parla di modifiche proposte da altri ministri, di class action pubblica e del rischio di esplosione dei tribunali, di legge specifiche, della responsabilità del dirigente d'indicare un quarto di dipendenti fannulloni. Ma il discorso complessivo resta importato al benchmarking e Brunetta chiarisce la sua stessa posizione. “Da domani il decreto legislativo sulla riforma della PA” diventerà attivo. “Poi avrò 60 giorni, dopo i quali o concluderò positivamente la questione o se qualche potere forte mi bloccherà, io mi dimetterò.”
Su questo argomento c'è una critica in sala: “quando lei dice che se i poteri forti la fermano, io rabbrividisco. Chi possono fermarla, i sindacati?”
“Sì”, risponde il ministro. L'argomento sembra minato, ma non lo è. “Se per esempio il sindacato lancia uno sciopero generale che non va verso i cittadini e il mio governo non mi sostiene, me ne vado”.
Ma non c'è solo il sindacato. “Un altro potere forte sono le public utilities, che spesso non fanno bene il loro mestiere ma fanno bene lobby. Io non ho a che fare con il sistema bancario, ma anche quello è un potere forte. I poteri forti non sono sempre negativi, ma spesso sono egoisti”.
Dell'e-government entro il 2012 il ministro riferisce in sala stampa. “Forse riusciremo a completarlo addirittura prima”. Altra affermazione forte, da riportare con ottimismo. Dopo questa overdose di dichiarazioni, inizia il conto alla rovescia per l'efficienza. E per Brunetta. Appuntamento a metà luglio, certo in Parlamento. Poi forse al mare.
Qualche dubbio sulla riforma di Brunetta
A volte il rimedio può essere peggiore del male. Ricordiamo ancora la riforma Bassanini della pubblica amministrazione imperniata su alcuni pilastri fondamentali tra cui la delegificazione e l’assunzione di responsabilità. La conclusione fu che centinaia di norme legislative furono sostituite da migliaia di norme amministrative che hanno letteralmente mandato in tilt le amministrazioni centrali e gli enti locali, mentre sono stati aboliti i comitati di controllo su Comuni e Province, lasciando così campo libero alla fantasia amministrativa locale, per non parlare della corruzione in alcune aree del Paese. A distanza di poco più di dieci anni visto il fallimento della Bassanini, Renato Brunetta riprova a cambiare di nuovo tutto, dopo che il governo Prodi, con il ministro Nicolais, aveva già tentato di cambiare ancora una volta parte dell’organizzazione della pa. Insomma, come dice una vecchia canzone, si cambia, si gira e si torna a cambiare, quasi che il cambiamento in sé fosse il valore di fondo. Approvata la nuova legge Brunetta nel marzo scorso, sta per uscire il decreto legislativo di attuazione della nuova riforma, che rischia di introdurre, almeno per alcune parti, altra confusione e altra burocrazia. Due esempi su tutti. Il primo è quello che riguarda la cosiddetta performance nelle amministrazioni pubbliche, i risultati, cioè, raggiunti nel miglioramento dell’offerta dei servizi, tema peraltro al quale si stanno già dedicando da due anni tutti i ministeri. Secondo questo nuovo decreto, a valutare i risultati di esercizio non sarà più l’amministrazione con i suoi attuali organi di audit interni (i cosiddetti Secin), ma un’autorità esterna sembra con stipendi altissimi (si parla di quasi 500mila euro l’anno per il suo presidente), la cui indipendenza e autonomia andrebbe esercitata «in collaborazione con il ministero dell’Economia e con la presidenza del Consiglio». Insomma, autorità indipendente sì, ma non troppo. In aggiunta verrebbero aboliti i Secin dei singoli ministeri, di cui solo due mesi fa la stessa legge Brunetta aveva deciso di rafforzarne poteri e mezzi, per sostituirli con nuovi organismi con funzioni abbastanza simili, ma messi sotto il controllo di questa famosa nuova autorità. Senza offesa per nessuno, questo andamento schizofrenico della legislazione diffonde incertezza e precarietà in un settore come quello del pubblico impiego che, al contrario, avrebbe bisogno di una quotidiana correzione, senza ipotizzare cambiamenti cosmici che finiscono poi nel nulla. L’altra questione introdotta è quella della cosiddetta class action nei riguardi delle amministrazioni e dei concessionari dei servizi pubblici (vedi, ad esempio, municipalizzate) per tutelare, si dice, i cittadini dall’eventuale pessima prestazione dei servizi pubblici. Si chiama class action ma non porterà giustamente alcun risarcimento dei danni. Ma allora cos’è, se non la lite per la lite? Tutti i ricorsi, infatti, andrebbero presentati prima ai vertici delle amministrazioni contestate, per poi finire sul tavolo di un giudice. Morale della favola, verranno prodotti una serie di contenziosi portati avanti naturalmente dalle associazioni dei consumatori, i nuovi sindacati del terzo millennio la cui rappresentatività per noi che siamo ignoranti è pressoché misteriosa, scaricando sulla magistratura compiti che non le apparterrebbero sol che dinanzi a un esposto che denunci un disservizio si introducesse l’obbligo per l’amministrazione di rimuoverne le cause entro trenta giorni. D’altro canto, se alla fine di questo nuovo ambaradan sarà la magistratura a dover intervenire, il ministero della Pubblica amministrazione cosa ci sta a fare? Molti ministri hanno già condiviso queste nostre perplessità nell’ultimo Consiglio dei ministri. Renato Brunetta, che ha già conseguito alcuni successi, ha l’intelligenza politica e la capacità tecnica di sposare la semplificazione senza aggiungere altre bardature come quelle che abbiamo letto nello schema del decreto legislativo in corso di approvazione. Brunetta sa inoltre che in politica il maggiore errore è quello di innamorarsi di se stessi e dei propri prodotti, mentre l’eterna saggezza è la capacità di ascolto e il tenace cambiamento quotidiano per modificare cultura e comportamenti.
lunedì 11 maggio 2009
P.A.: BRUNETTA, NON CI SARANNO TAGLI MA VOGLIO ECCELLENZA
Brunetta: "Se entro 60 giorni non passa il ddl me ne vado"
"Trecento miliardi l'anno. E' questo il costo della Pubblica Amministrazione in Italia; una cifra enorme e spaventosa a fronte della quale ci sono beni e servizi non sempre utili". Ha esordito così il Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta al convegno d'apertura del Forum PA, che si svolge alla Nuova Fiera di Roma, da oggi al 14 maggio.
Dunque il punto della situazione, un anno dopo è questo: ci sono stati dei progressi, ma il giudizio dei cittadini sulla PA è sostanzialmente negativo e l'obiettivo resta quello del 50% in più di efficienza in tutti i campi, dalla scuola alla sanità, dalla giustizia alla burocrazia. "Perché i prodotti della PA non sono bulloni o automobili - ha detto Brunetta - ma beni e servizi pubblici che portano avanti il Paese. Non ci si può accontentare di averne un po' perché così si va fuori dalla competizione con gli altri Stati che ne hanno di più. Ci sono tutte le condizioni per non accontentarsi visto che spendiamo come, se non di più, di altri Paesi e abbiamo un capitale umano che è superiore a quello dell'impresa".
Questa è una questione che sta davvero a cuore al Ministro Brunetta, tanto che ha annunciato una sfida: "Se entro 60 giorni non dovesse passare il decreto legge sul sistema di valutazione della PA io me ne vado". Dunque il decreto legislativo che venerdì scorso ha ottenuto il via libera dal Consiglio dei Ministri ora ha due mesi di tempo per diventare legge; se dovesse essere fermato da qualche potere forte, il Ministro ha lanciato il suo impegno di dimettersi.
E quali potrebbero essere questi poteri forti? Il sindacato, ad esempio, più volte chiamato in causa da Brunetta come responsabile di una contrattazione troppo abusata, "sotto la quale è passato di tutto". "Io amo la contrattazione - ha dichiarato il Ministro - nel settore privato il contratto produce efficienza, nella Pubblica Amministrazione ha prodotto rendita. Se il contratto è buono sono d'accordo anch'io con il sindacato, altrimenti viva le regole e viva la legge. E su questo dovrebbero essere d'accordo tutti i cittadini". Gli altri poteri forti, che sanno fare lobby, non sempre nell'interesse dei cittadini, sono le public utilities; anch'esse dovranno essere sottoposte alla customer satisfaction.
Renato Brunetta nel corso del suo intervento al Forum PA ha paragonato spesso la PA ad un'impresa, sottolineandone le differenze e cioè la mancanza del mercato, che detta le regole dell'efficienza e che potrebbe determinarne la chiusura. "Se un'azienda non riesce a stare sul mercato chiude - ha detto il Ministro - per la PA questa possibilità non c'è. Ma c'è una possibilità in più e cioè quella di trasformare parte dei suoi costi in produttività, aumentandola di quel famoso 50% che è il mio obiettivo. E per far questo le soluzioni possibili sono due: o si privatizza il settore o si introducono nel settore la voce e i piedi. Le faccine che abbiamo già introdotto sono la voce dei cittadini; le Reti Amiche devono essere i piedi perché se un cittadino può decidere di andare dove si trova meglio ".
Secondo Renato Brunetta la Pubblica Amministrazione è una questione troppo seria per essere lasciata soltanto nelle mani della politica o del sindacato. "E' una realtà che riguarda tutti, soprattutto i più deboli perché sono loro che hanno bisogno più degli altri di un ospedale efficiente, di una buona università e di una buona giustizia. I più forti possono anche provvedere da soli, comprandosela da mercati paralleli". Tra gli applausi generali degli uditori Brunetta ha dichiarato di aver interpretato il suo mandato di Ministro dalla parte della gente e dei lavoratori, ribadendo il fatto di non aver mai pensato ad una politica di tagli, ma ad una politica di trasparenza ed efficienza.
"Il gioco che sta per iniziare è fatto di pesi e contrappesi, come quello che c'è nel mercato, in cui vengono inseriti la voce e i piedi dei cittadini, consentendo loro di dare un giudizio finale. I premi si danno soltanto se la partita si vince". Renato Brunetta ha parlato anche di class action, che verrà introdotta perché dà voce al cittadino, anche se potrebbe intasare il sistema della giustizia.
Brunetta: se non c'è la riforma lascio
A proposito della riforma della Pa, Brunetta ha spiegato che ha trovato consensi non solo nella maggioranza ma anche nell’Udc, in una parte del Pd e dell’Italia dei Valori.
Contro - ha spiegato - c’è solo la Cgil mentre Cisl, Uil e Ugl stanno a guardare. Circa i contenuti del decreto legislativo, Brunetta ha spiegato che «all’interno c’è il superamento della premialità a tutti perchè tale principio è l’esatto contrario del concetto di premialità. La parola contrattazione - ha proseguito - è una bella parola perchè nel settore privato ha prodotto efficienza. Nella pubblica amministrazione invece la contrattazione ha prodotto solamente rendite di posizione e la contrattazione non deve puntare alla rendita. La mia riforma - ha concluso - è a favore dei cittadini e contro le rendite di posizione».
Il ministro ha detto che «La stragrande maggioranza è d’accordo con la mia rivoluzione». Poi ha incalzato le sigle: la pubblica amministrazione «è una cosa troppo importante perché sia lasciata solo alla politica o solo alla politica e al sindacato. È una cosa troppo seria per lasciarla nelle mani di tutti».
Secondo Brunetta la P.A. «deve essere oggetto valutato da tutti, dal sistema delle imprese alle famiglie, al Parlamento e al sistema delle autonomie. Il sindacato è un interlocutore importante - ha sottolineato - ma non l’unico».
La Cisl flerta con Brunetta e tradisce gli Statali!
Ma è mai possibile che soltanto la Cgil sia rimasta dalla parte dei lavoratori dello Stato? Com’è possibile che il sindacato di Guglielmo Epifani sia rimasto "il solo" a difendere gli impiegati della Pubblica amministrazione da questa continua e vergognosa campagna mediatica tutta mirata “contro” il pubblico impiego, fatta d’insulti e sberleffi, di contratti e di norme da terzo mondo? Lasciamo stare la Uil, da sempre considerata la “terza gamba” del Sindacato. Lasciamo stare pure l’Ugl, il sindacato di Fini, che invece è tutto preso a diventare la… “quarta gamba” del tavolo contrattuale. Ma è mai possibile che in casa Cisl, il secondo sindacato italiano per numero di iscritti, il sindacato che annovera il maggior numero di tessere nel comparto Stato, siano tutti “brunettiani” convinti? E’ mai possibile che la Cisl consideri “fannulloni” i dipendenti pubblici, degni di stipendi da fame e dia il suo tacito assenso alla gogna mediatica, alla campagna vessatoria e alla demolizione di un’intera categoria? Ebbene sì, è possibile. Ormai è fin troppo chiaro come le posizioni di Bonanni e company, in materia di Pubblica Amministrazione, siano pressoché identiche a quelle di Brunetta e del governo, sia nei fatti, che nelle parole. Un esempio su tutti? Le parole del segretario generale della Csil-Fps, ovvero di quella parte della Cisl cui fa capo la categoria del pubblico impiego e alla quale sono “ancora” iscritti, questo si che ha dell’incomprensibile, milioni di dipendenti pubblici. State un po’ a sentire quello che dice (testuale) il massimo esponente degli statali di casa-cisl: "…questa è la sfida che abbiamo lanciato con l'accordo di secondo livello e con l'abbracciare anche molte delle proposte dell’amico Renato, sì, del mio amico Renato Brunetta. Proposte che io condivido, e lo dico. Io ne sono intimamente convinto". Già in passato era accaduto che il fronte confederale si spaccasse, ma quando capitava di sottoscrivere accordi a firme separate, i cislini non rinunciavano mai ad un atteggiamento critico nei confronti del governo, quantomeno nella forma, e ad un dialogo con il resto del mondo sindacale. Adesso invece nelle posizioni della Cisl la vera controparte è diventata la Cgil. Il vero nemico da sconfiggere è il pubblico impiego. Per contro si esibisce una grande omogeneità di vedute con Brunetta in merito alla riforma delle Pubbliche Amministrazioni e del lavoro dipendente in genere, di cui il sindacato di Raffaele Bonanni ne condivide dichiaratamente obiettivi e strategie... il ministro Brunetta scava la fossa al pubblico impiego, la Cisl s'impegna a consegnargli il cadavere! venerdì 8 maggio 2009
La P.A. di Brunetta ha fatto naufragio sul web
La Pubblica amministrazione stenta a passare alla nuova era informatica tanto caldeggiata da mister br e statene pur certi che l’otto maggio il ministro della funzione pubblica tirerà fuori un pò di carta straccia, qualche dato statistico logicamente fornito da lui stesso e... rimarrà saldamente incollato alla sua poltrona! Eppure di proclami e di annunci, di spot e propaganda se n’è fatta a bizzeffa e di soldi ne sono stati spesi altrettanti per l’e-goverment. Ma i siti web di ministeri, regioni, province, comuni, aziende sanitarie sono rimasti per lo più vetrine, elenchi telefonici, utili, al massimo, per rilasciare alcune informazioni. Niente di rivoluzionario, però. Pochi, pochissimi i siti che permettono di non recarsi più presso un ufficio pubblico e così risparmiare tempo, denaro e, contemporaneamente, ottenere un servizio efficiente. Per trovare un servizio on line degno di questo nome (non i certificati anagrafici per i quali vale sempre l’autocertificazione), si deve usare il lanternino: servizi scarsi, dati non aggiornati, assenza di risposte, enti pubblici senza siti web. Risultato: "Internet" negli uffici pubblici è un fiasco, pagato a peso d’oro, naturalmente! Il sito dell’Agenzia delle entrate, considerato dagli addetti ai lavori uno dei migliori della pubblica amministrazione italiana, non accetta messaggi più lunghi di 400 caratteri, salvo poi rispondere che le informazioni fornite non sono sufficienti, quando si è fortunati che la risposta arriva, altrimenti bisogna accontentarsi di leggere sul monitor del computer: "Il server non è al momento raggiungibile"!
Grazie a l’e-government messo a punto da mister br, il cittadino deve armarsi di tanta buona pazienza e... recarsi di persona all’Agenzia delle Entrate per "provare" a risolvere i propri problemi con la Pubblica amministrazione. NON E’ CAMBIATO PROPRIO UN BEL NIENTE! Mister br parla di modernizzare la Pubblica amministrazione, dice di volerla rendere efficace ed efficiente, addirittura vincente come la Ferrari e di moltiplicare i servizi disponibili in rete, ma - alla prova pratica - tutto si muove con l’agilità di un bradipo. Alcuni comuni e alcune istituzioni, rare eccezioni, ovviamente, lavorano piuttosto bene, ma nella stragrande maggioranza dei casi la rete è usata come vetrina, o poco più. In questo senso il caso delle "Denunce online", sportello telematico messo a disposizione dalla polizia e dai carabinieri, è emblematico. Il servizio consente di sporgere via Internet una denuncia (di furto o smarrimento). Peccato, però, che non serva a niente. Per completare la denuncia (e darle valore legale), bisogna infatti presentarsi comunque al commissariato o alla stazione dei carabinieri indicate sul modulo compilato al computer. E se non lo si fa entro 48 ore, la denuncia presentata on line, che ha il solo vantaggio per l’incaricato di non completare a mano il modulo cartaceo, viene annullata. Ma questo non è l’unico esempio di servizio on line "a metà"! Secondo l’Istat, infatti, i servizi a piena interattività (quelli che permettono di non presentarsi in un ufficio pubblico) sono presenti solo nel 3,2 per cento delle amministrazioni locali, quelle più a contatto con il cittadino attraverso i loro servizi. Considerando i comuni con più di 10 mila abitanti (1.112 in tutto) e prendendo in esame i principali servizi della pubblica amministrazione, aprire e concludere su Internet una qualsiasi pratica è un’impresa, molto spesso impossibile. Se si esclude il pagamento dell’Ici (consentito on line nel 39% dei comuni), il resto dei servizi è ampiamente sotto il 15% e solo in due casi si supera il 10%: Autorizzazione
Unica Suap (Sportello unico per le attività produttive) e Autocertificazione anagrafica (per il quale basta solo l’invio di un modulo). Per il resto il quadro è disastroso: il pagamento della tassa sullo smaltimento rifiuti solidi urbani si può fare on line solo nell’8,7% dei comuni sopra i 10 mila abitanti; il pagamento delle contravvenzioni nel 4,8% dei casi; l’assegno per il nucleo familiare nello 0,2%; l’iscrizione all’asilo nido nell’1,6%; la dichiarazione del cambio di abitazione nel 4,9%, la richiesta di certificati anagrafici nel 4%. E neanche quando si tratta di riscuotere del denaro la pubblica amministrazione si mobilita. Appena il 9,1% delle amministrazioni locali (regioni, province, comuni e comunità montane) permette a cittadini e imprese di effettuare almeno un pagamento on line. E per finire il solito paradosso tutto italiano: ci sono paesini di 200 abitanti che si sono dotati di servizi ultra moderni, e metropoli che, informaticamente parlando, stanno ancora all’abc. Prendete, ad esempio, quello che sta accadendo nel Comune di La Spezia. Lì il personale dell’ufficio Anagrafe sta smaltendo centinaia di procedure rimaste inevase sul Web: sul sito della città ligure, infatti, era possibile fare il cambio di residenza on line, peccato che nessuno dei dipendenti era stato informato del nuovo servizio! Altro che Ferrari, altro che era informatica! Qui stiamo ancora all’età della pietra!
giovedì 7 maggio 2009
www.domani21aprile2009.it
Domani 21-04-09 - SALVIAMO L'ARTE IN ABRUZZO
Conto Corrente n° 95882221 intestato al Ministero dei Beni Culturali
IBAN:IT-85-X-07601-03200-000095882221 , BIC / SWIFT: BPPIITRRXXX
Causale "Domani 21-04-09".
Il progetto si propone di sostenere gli interventi di ricostruzione, consolidamento e restauro del Conservatorio “Alfredo Casella” e della sede del Teatro Stabile d’Abruzzo dell’Aquila colpiti dal sisma del 6 aprile 2009. L’obiettivo di questo comunicato è quello di rendere pubbliche, nel rispetto del principio di massima trasparenza, le modalità operative e gestionali volte alla raccolta fondi e la successiva devoluzione in beneficenza per gli scopi suddetti, evidenziando le parti coinvolte nell’iniziativa e i rispettivi ruoli.
Tutti gli Artisti e le persone coinvolte hanno partecipato al progetto a titolo gratuito senza alcun rimborso spese.
Mauro Pagani ha realizzato, in collaborazione con Lorenzo Cherubini e Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, la produzione artistica della registrazione fonografica fornendo il proprio contributo a titolo gratuito.
Le Officine Meccaniche Recordings Studios hanno messo a disposizione gratuitamente lo studio di registrazione che per due giorni ha visto un continuo fluire di artisti e addetti ai lavori.
Soleluna Srl, nella persona di Marco Sorrentino, ha curato in particolare la produzione esecutiva della registrazione fonografica e del videoclip, occupandosi del coordinamento degli artisti, dei rapporti con i management e le case discografiche. Soleluna ha messo a disposizione per il progetto il proprio ufficio stampa Pepiluciboom che a sua volta collabora con l’ufficio stampa di Mauro Pagani, Mara Vitali Comunicazione. Inoltre Soleluna realizza e gestisce il sito internet www.domani21aprile2009.it .
Il contributo dello staff di Soleluna e degli uffici stampa è interamente a titolo gratuito.
Christophe Tony Thorimbert ha realizzato le fotografie degli Artisti a proprie spese ed ha ceduto gratuitamente i diritti a scopo di promozione, marketing e, più in generale, per la comunicazione del progetto.
Marco Salom con la Angelfilm ha realizzato per Sugarmusic il Videoclip, con la regia di Ambrogio Lo Giudice e la fotografia di Marco Bassano, contribuendo con il loro lavoro artistico a titolo gratuito.
Sugarmusic SpA ha messo a disposizione degli artisti dei produttori artistici e del produttore esecutivo Soleluna la propria struttura organizzativa per la realizzazione e il coordinamento del progetto. Il reparto produzione ha gestito la partecipazione dei propri artisti, l’ufficio legale ha approntato i contratti e le liberatorie degli oltre 56 artisti e gruppi coinvolti, l’ufficio promozione ha coordinato insieme agli uffici stampa Pepiluciboom e Mara Vitali Comunicazione, tutte le attività necessarie a dare visibilità stampa al progetto, e inoltre si occupa direttamente della promozione radio e tv. L’area marketing gestisce gli aspetti commerciali e la comunicazione del progetto sia per il canale fisico che per il canale digitale. Oltre a fornire questi servizi a titolo completamente gratuito, Sugarmusic ha messo a disposizione un fondo di Euro 10.000 per le spese vive sostenute da Angelfilm per la registrazione e il montaggio del videoclip. Sugarmusic distribuirà la registrazione fonografica e il relativo Videoclip sia sottoforma di supporto fisico, che digitale avvalendosi del contributo dell’aggregatore Kiver che a sua volta ha rinunciato alla sua retrocessione e mette a disposizione le proprie risorse a titolo gratuito. La vendita su supporto fisico avverrà attraverso Universal Music Italia, presso tutti i negozi di dischi, grandi magazzini, centri commerciali. Sugarmusic incasserà da Universal Music Italia Euro 2,34 per ciascun CD venduto. La quantità di supporti venduti sarà rendicontata a Sugarmusic semestralmente, al netto di una riserva Resi pari al 25% che sarà liberata e rendicontata nei semestri successivi. Tutte le somme incassate da Sugarmusic verranno versate sul conto corrente del Ministero dei Beni Culturali. La vendita in formato digitale verrà promossa da tutti i maggiori operatori che hanno messo a disposizione spazi di comunicazione e approfondimento. In area “mobile” tutti gli operatori e i content provider retrocederanno con rendicontazione separata l’intero incasso derivato dalla vendita del brano al netto dell’IVA e degli oneri SIAE. In area “internet” i negozi digitali ed i portali riconosceranno una quota fissa tra Euro 0,60 e Euro 0,75 per ciascun download. Tutte le somme incassate da Sugarmusic verranno versate sul conto corrente del Ministero dei Beni Culturali.
Universal Music Italia Srl ha messo a disposizione la sua struttura organizzativa per stampare e distribuire il Cd contenente la registrazione fonografica e il Videoclip prodotti da Sugarmusic. Il prodotto avrà un prezzo al pubblico suggerito in Euro 5,00 IVA inclusa. Il Cd sarà venduto ai dettaglianti e grossisti ad un prezzo di listino di Euro 3,17 netto IVA e al netto dei costi di trasporto e logistici. I costi di stampa, distribuzione, vendita e il costo dei diritti fonomeccanici (SIAE), pari a Euro 0,83, saranno recuperati da Universal dal ricavato della vendita. Universal contribuirà con un investimento di Euro 10.000 alla realizzazione dei materiali per i punti vendita e di marketing necessari alla divulgazione del progetto. Universal inoltre ha messo a disposizione gratuitamente le proprie risorse promozionali e collabora con il marketing di Sugarmusic alla ricerca di spazi pubblicitari gratuiti e alla creazione degli spot.
Mauro Pagani in qualità di autore della composizione musicale originale dal titolo “Domani”, unitamente alla società Macù Edizioni Musicali S.a.s, suo editore, si è altresì impegnato a devolvere tutti i proventi derivanti dallo sfruttamento economico del brano “Domani, 21-04-09” al Ministero dei Beni Culturali. A tale scopo Mauro Pagani e il suo editore hanno chiesto a SIAE di applicare alla versione “Domani, 21-04-09”, un apposito schema di riparto, separato da quello relativo alla versione originale della composizione “Domani”. Mauro Pagani ha anche messo a disposizione il suo ufficio stampa, Mara Vitali Comunicazione, che collabora con Pepiluciboom di Soleluna alla promozione stampa del progetto.
Ringraziamenti:
Molte aziende, retail, catene di distribuzione, radio, TV e media in genere hanno dato pronta adesione al progetto mettendo a disposizione spazi espositivi gratuiti e campagne. Altre aziende fornitrici hanno contribuito al progetto applicando condizioni di favore e talvolta rinunciando al compenso. Ci auguriamo di poter ringraziare presto tutte le realtà che hanno dato e daranno contributi di qualsivoglia natura al progetto, che ad oggi ha già avuto un’adesione corale da parte di tutti coloro che nella e per la musica lavorano.
mercoledì 6 maggio 2009
CESARE DAMIANO A OVADA
Questa politica, di grande responsabilità, è stata perseguita da Cesare Damiano durante il suo incarico di Ministro del Lavoro.
Per questo proprio Damiano sarà in provincia il prossimo giovedì 7 maggio. A Ovada, al Teatro Splendor in via Buffa, alle 21, insieme ad Andrea Oddone e Federico Fornaro si parlerà del “mercato del lavoro al tempo della crisi”.
Il momento economico nazionale è delicato e occorrono prese di posizione coraggiose e determinate come lui stesso ha dichiarato in una recente intervista: “Abbiamo sostenuto la necessita' di erogare un assegno mensile di disoccupazione pari al 60% dell'ultima retribuzione a favore dei lavoratori a progetto che, perdendo l'occupazione, passano praticamente a reddito zero; abbiamo richiesto la sospensione dei licenziamenti dei lavoratori precari nella pubblica amministrazione e nella scuola e il raddoppio della durata della cassa integrazione ordinaria, dagli attuali 12 mesi a 24''.
Il Pd insomma propone soluzioni e idee evitando gli slogan e le frasi a effetto.
“La nostra provincia ha saputo presentare i fatti in un periodo in cui a livello nazionale sembra che abbiano più valore le parole – conclude Paolo Filippi.
Le nostre idee sul mondo del lavoro sono chiare e possono essere verificate sulla base di quanto abbiamo proposto negli ultimi anni con il nostro lavoro.” A Ovada, giovedì 7 maggio, al Teatro Splendor di Ovada, si parlerà anche di questo.
LAVORO: NASCE TELEFONO PRECARIO, CALL CENTER AUTOGESTITO
(IRIS) - ROMA, 6 MAG - "E’ oggi partita una nuova sfida per le 11 centraliniste precarie licenziate nell’agosto scorso dall’Ospedale di Legnano. Dopo la “strip conference”, in cui si erano spogliate per protesta; i numerosi presidi; lo “sciopero del futuro”, in cui hanno manifestato bendate da Milano fino al Ministero della Funzione Pubblica, le lavoratrici hanno ora dato vita a "Telefono Precario", il primo call center autogestito destinato ai precari vita e nel lavoro. Al call center, situato presso la Federazione milanese della RdB-CUB, ci si può rivolgere attraverso il numero verde gratuito 800.03.42.35. Le centraliniste forniscono informazioni e consulenze ai lavoratori. Accanto a loro, avvocati e sindacalisti della RdB-CUB per la difesa legale e sindacale ma anche per sostenere le lotte e le piattaforme rivendicative sia nei luoghi di lavoro che nei territori". E' quanto annuncia una nota di RdB-CUB.
”Non sappiamo se la nostra iniziativa susciterà lo stesso interesse mediatico della strip conference: purtroppo nel nostro paese le donne fanno parlare di loro solo quando mettono in gioco i propri corpi”, afferma Laura Guzzetti, una delle 11 centraliniste legnanesi. “Stavolta non ci spoglieremo, non venderemo prodotti né faremo assistenza per marchi o ditte private, ma metteremo in gioco la nostra intelligenza precaria a servizio degli altri precari con un unico obiettivo: ridare dignità a chi la perde ogni giorno con contratti non degni”.
”Lavoreremo anche nella rete – spiega Guzzetti - con il sito www.telefonoprecario.it , dove sarà possibile ricevere consulenze, trovare materiale utile e raccontare le proprie storie e lotte. Nel sito stiamo collaudando una chatt, dove sarà possibile confrontarsi su discussioni a tema e cercare soluzioni unitarie e condivise. Abbiamo poi aperto delle nostre pagine su Facebook, da dove stiamo chiedendo a tutti i precari della rete di unirsi e gemellarsi a Telefono precario e Sciopero del futuro”, conclude Guzzetti.
Finanziaria, si riapre il dialogo su patto di stabilità e nuove spese
POLI OPPOSTI Il voto finale, presumibilmente, vedrà ancora i due schieramenti su posizioni diametralmente opposte: difficile che l'opposizione torni a una più morbida astensione, dopo aver votato contro il passaggio agli articoli. Eppure il clima in aula è di confronto, più che di scontro. Su alcune questioni rilevanti si registrano forti convergenze: e non solo sulla norma, passata in serata con approvazione assolutamente trasversale, che stabilizza i dipendenti dei gruppi del Consiglio inserendoli nel ruolo unico dell'amministrazione regionale. La contrapposizione invece emerge soprattutto sulla questione dei mutui, utilizzati dalla Giunta per coprire disavanzo e investimenti. Il ritorno all'indebitamento è una radicale inversione di rotta rispetto al sistema, adottato negli anni scorsi, dell'anticipazione delle future entrate statali. «Percorso obbligato, dopo che la Corte dei conti e la Consulta hanno bocciato quell'operazione», precisa l'assessore al Bilancio Giorgio La Spisa. Va così definitivamente in archivio la scelta forse più discussa della politica economia della Giunta Soru. L'opposizione attacca su questo e su altri temi. Il relatore di minoranza Chicco Porcu (Pd) riporta in aula il G8, con l'assenza di Ugo Cappellacci alla manifestazione di lunedì alla Maddalena: «E questo dopo che nei giorni scorsi era già stata respinta la nostra richiesta di un'informativa immediata al Consiglio, da parte del presidente, sul trasferimento del vertice».
IL DIALOGO Una convergenza significativa, invece, riguarda la necessità di ridiscutere con lo Stato il patto di stabilità, che blocca la capacità di spesa della Regione. Tema illustrato nel dettaglio dal presidente della commissione Bilancio, Paolo Maninchedda (Psd'Az), che lo aveva sollevato già nella scorsa legislatura. Il Consiglio, per altro, approva una risoluzione della maggioranza che però - citando l'esito della vertenza entrate del 2006 - accoglie anche una richiesta dell'opposizione. Proprio il fatto di avere a disposizione oltre un miliardo e mezzo di entrate in più all'anno rende necessario rinegoziare del patto di stabilità: altrimenti il vantaggio sarebbe puramente virtuale. La trattativa con lo Stato andrà aperta in un prossimo futuro, intanto però i due schieramenti si accordano per un primo intervento sulla questione. Con un emendamento condiviso da centrodestra e centrosinistra, infatti, si alleggerisce per gli enti locali il vincolo del patto di stabilità interno. Una norma, invocata da tempo dalle associazioni dei Comuni e delle Province, che aumenta per questi ultimi la reale capacità di spesa. Altro capitolo sarà invece la capacità di spesa della Regione. Su questo, la Giunta annuncia che nei prossimi tre mesi una commissione tecnica condurrà un'analisi precisa, per trovare il modo di ridurre i residui. «Un impegno che la maggioranza ha sollecitato già in commissione», sottolinea il capogruppo del Pdl Mario Diana, «perché i residui sono cresciuti negli ultimi anni. Il bilancio potrebbe essere ripulito da tutte le somme non esigibili, e riproposte inutilmente di anno in anno».
I PRECARI Infine, il capitolo stabilizzazioni. La minoranza, pronta a dare battaglia con un emendamento destinato a sanare il precariato nell'ampio mare dell'amministrazione pubblica (compresi gli enti regionali), alla fine ritira la proposta. Accoglie così l'impegno dell'assessore al Bilancio di ritornare sul punto con un disegno di legge apposito. «Non diciamo che risolveremo tutta la questione delle stabilizzazioni - precisa La Spisa - ma faremo una proposta per continuare a lavorare per il superamento del precariato». «Per noi è un punto irrinunciabile», rimarca Luciano Uras, capogruppo dei Comunisti-Sinistra sarda-Rossomori: «Contando Abbanoa, stiamo parlando del futuro di alcune migliaia di lavoratori. La Giunta si è impegnata a presentare la legge prima della pausa estiva: se ci sarà la reale volontà di affrontare il problema, collaboreremo». Oggi i lavori in aula riprenderanno con l'articolo 2, ma è probabile che ci sarà battaglia soprattutto sul terzo, dedicato alle misure di contrasto della povertà. Gli emendamenti da discutere, comunque, non sono moltissimi: c'è l'urgenza di approvare subito la legge, per uscire da un lunghissimo esercizio provvisorio di bilancio.
Precari nella P.A., per la FP CGIL “falsi i dati del ministero”, si prevede “licenziamento di massa”
Oltre 60 mila lavoratori dal primo luglio di quest´anno, altrettanti nei successivi dodici mesi, fino a un totale di 200 mila persone nel 2011. Sono i precari del pubblico impiego (senza contare scuola e università, altrimenti la somma sarebbe di 400 mila) che perderanno il posto a causa dello stop alle stabilizzazioni imposto dal governo. A lanciare l´allarme è la Funzione pubblica Cgil, che oggi (5 maggio) ha presentato le proprie stime in risposta a quelle fornite dal ministro Brunetta. Oggetto del contendere è un collegato alla manovra economica di Tremonti, per l´esattezza l´articolo 7 del disegno di legge 1167: qualora venisse approvato definitivamente le amministrazioni non potranno più rinnovare i contratti dei precari dopo 36 mesi. Visto che le casse dello stato non ridono, e considerando i vincoli imposti dai patti di stabilità, la logica conseguenza è che tutti questi lavoratori rimarranno a casa e i servizi che forniscono spariranno. Almeno quelli pubblici.“Il fatto più allarmante – sottolinea il leader degli statali Cgil, Carlo Podda – è proprio questo licenziamento di massa. Senza gli addetti a tanti servizi essenziali, a chi bisognerà rivolgersi? Stiamo parlando di maestre d´asilo, infermieri, vigili del fuoco”. In sostanza, osserva il numero uno della Fp, “mentre il ministro Brunetta continua a sminuire questo fenomeno per renderlo socialmente più accettabile, il governo rivela un suo preciso disegno politico, cioè quello di favorire il settore privato. Ma quale credibilità – si chiede Podda – può avere un esecutivo che decide di mandare a casa i propri dipendenti?”. Il sindacalista ha anche fatto sapere che la Cgil sta negoziando con le Regioni per un “accordo che preveda la proroga dei tre anni nei rapporti di lavoro per precari” che potrà riguardare sia la sanità sia gli enti locali: “Non abbiamo abbandonato l´idea di stabilizzazione occupazionale – ha precisato – ma ora dobbiamo lottare per evitare che si perdano posti”.
LE CIFRE. Lo strumento più efficace per quantificare il numero dei precari, utilizzato anche dal Mef per le previsioni di spesa di finanza pubblica, è il Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato. Stando a questa fonte il totale dei precari nei settori di riferimento della sola Funzione pubblica (quindi esclusi gli enti di ricerca, scuola, università e Conservatori) ammonta a 201.716 unità così suddivise: 102.388 lavoratori a tempo determinato, 11.321 interinali, 4.307 in formazione lavoro, 25.164 lavoratori socialmente utili, 58.536 collaborazioni. Quanto alle stabilizzazioni, nel 2007 risultano assunti 10.982 lavoratori della Pubblica amministrazione e altri 38.956 risultano gli aventi diritto.
Secondo Brunetta in questo scenario i precari stabilizzabili sarebbero soltanto 24 mila. Ma il monitoraggio fatto dal ministero della Pubblica amministrazione, dice la Cgil, “è parziale, pressappochista e strumentale” poiché censisce “meno della metà degli enti che risultano dal Conto Annuale, 4.027 contro 9.903”. Di più. Non tiene conto di molti precari solo perché le loro amministrazioni non hanno risposto a quel questionario (non obbligatorio). Tra di loro Andrea, dirigente della Asl di Viterbo “a termine” da cinque anni; Alessia, dell´ufficio immigrazione della Questura di Roma e precaria da quattro; Lorena, da 17 anni alla Croce Rossa senza mai vedere un contratto a tempo indeterminato. La Fp Cgil ha voluto far parlare anche loro durante la conferenza stampa che si è svolta alla Casa del Cinema, per dimostrare con i volti, oltre che con le cifre, la difficoltà di lavorare quando si è considerati “invisibili”.
PRECARIO-DAY. Per accendere i riflettori su questo tema la Fp ha anche deciso di promuovere una “Giornata nazionale del precario”. La data, scelta non a caso, è il 30 giugno prossimo. “Vedremo – ha spiegato Podda – in che modo e in che forma articolare questa giornata. Ci sarà una manifestazione nazionale ma non nella forma tradizionale, vogliamo mettere insieme oltre a lavoratori e lavoratrici anche gente di spettacolo”. Con un invito agli altri confederali: “Se riuscissimo a farlo anche con i nostri amici di Cisl e Uil saremmo contenti, almeno su questo non ci dovrebbero essere divisioni. Altrimenti lo faremo lo stesso, non possiamo condannarci all´immobilismo” per scelte di altri.
Brunetta: «La parola precari mi fa venire l'orticaria. Mi fa schifo chi li mitizza»
Il Messaggero - «Li chiamerei lavoratori flessibili e non precari, perchè la parola precario mi fa venire l'orticaria», è una delle battute del ministro della Pubblica Amministrazione e Innovazione, Renato Brunetta, a margine della presentazione al Cnel dei dati del monitoraggio sul lavoro flessibile nella P.a..
«Mi fa schifo chi mitizza i precari». «La mitizzazione del precario -ha ribadito Brunetta- non mi piace. Io stesso ho fatto il precario tanti anni all'università e non amo certo questo periodo, ma fare del precario una 'classè, come fa certa letteratura o certa filmografia, non è certo giusto». «Chi mitizza la figura del precario con attività sindacale, letteraria o filmografica, mi fa letteralmente schifo e mi fa venire l'orticaria». Così il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, a proposito delle critiche avanzate oggi dalla FP-Cgil sul monitoraggio del ministero della Funzione pubblica accusato di contenere numeri «truccati».
Secondo Brunetta (intervenuto oggi al Cnel), infatti, mitizzare la figura del precario è «una strumentalizzazione politica». I precari, ha aggiunto, «non possono e non devono essere una classe sociale, ma una forma di passaggio. Chi li mitizza lo fa sulla pelle di questi giovani».
No a numeri a caso. Il ministro ha insistito nell'affermare che «non è utile sparare numeri a vanvera pensando che così si tutelino meglio i lavoratori. La loro tutela sta nel dire le cose come stanno. La nostra intenzione è quella di capire e far capire al Parlamento che deve legiferare. Buttare lì numeri, congestionare il dibattito o lanciare anatemi non serve a nessuno, certo non serve ai lavoratori con contratto di lavoro flessibile».
Brunetta: sono 10-15mila unità Brunetta (che oggi ha presentato al Cnel il monitoraggio dei contratti di lavoro flessibile nella pubblica amministrazione già inviato al Parlamento) ha voluto lanciare un messaggio di «tranquillità e sicurezza» per quei lavoratori precari che hanno i requisiti per essere regolarizzati. Il fenomeno, tuttavia, ha precisato lo stesso ministro, non riguarda cento o duecentomila unità ma 10-15 mila, esclusa la regione Sicilia. «Non è certamente colpa dell'orrido Brunetta - ha aggiunto - se questi lavoratori non sono regolarizzati, ma ci sono altri problemi che ancora non conosciamo. Sarei felice di vedere avviati i processi di regolarizzazione, ma il problema è che ci sono enti che ancora non sono riusciti a farlo o non hanno voluto».
Ministro: monitoraggio fatto onestamente. Il ministro ha confermato, quindi, la validità del monitoraggio del suo ministero. «Ovviamente lascio al signor Podda la responsabilità di quello che dice, il monitoraggio è stato fatto con onestà e la massima trasparenza possibile e con una metodologia aggiornata». Il ministro ha anche reso noto che Palazzo Vidoni sta mettendo in piedi con il Cnel e l'Istat un sistema stabile di monitoraggio su questo fronte.
Allarme precari della Cgil. A lanciare l'allarme sui precari nella pubblica amministrazione era stata la Cgil. Dal primo luglio - è la stima del sindacato di categoria Fp - in 60 mila perderanno il posto a causa della norma, all'esame del Parlamento, che blocca i percorsi di stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Ma il numero è destinato a salire: nel 2010 si arriverà ad oltre 120 mila unità fino a giungere nel 2011 a 200 mila. In una conferenza stampa, il sindacato ha sottolineato che in base alla «strategia del governo, tutto il personale precario, a prescindere dal possesso dei requisiti per la stabilizzazione, non vedrà rinnovato il proprio contratto». Insomma, per l'organizzazione guidata da Carlo Podda, si assisterà nei prossimi mesi ad un «licenziamento in massa». E alla «perdita di una singola unità lavorativa, in settori come la sanità o il socio-assistenziale, corrisponderà un'assenza di organico difficilmente colmabile. In questi casi, la cessazione del rapporto di lavoro corrisponderà con quella del servizio».
Le cifre del sindacato. Sempre secondo dati forniti dal sindacato, sulla base del Conto Annuale della Ragioneria Generale, il totale del personale precario nell'intera P.A. è di 440.920 unità, considerando invece i soli comparti di riferimento della sola Funzione Pubblica Cgil (quindi esclusi gli enti di ricerca, la scuola e università) ammonta a 201.716 unità (102.388 lavoratori a tempo determinato, 11.321 lavoratori interinali, 4.307 lavoratori in formazione lavoro, 25.164 lavoratori socialmente utili, 58.536 collaborazioni). Nel 2007 le stabilizzazioni hanno interessato 10.982 lavoratori della pubblica amministrazione, mentre altri 38.956 sono i cosiddetti aventi diritto.
Critiche al monitoraggio del Ministero. La Fp è tornata, quindi, a criticare il monitoraggio fatto dal ministero della Pubblica Amministrazione giudicandolo «parziale, pressappochista e strumentale» che censisce «meno della metà degli enti censiti dal Conto Annuale: 4027 contro 9903)». E che, ancora, non tiene conto, per esempio, dei precari tra i vigili del fuoco, della Croce Rossa o della Protezione Civile. Si punta a «ridimensionare il fenomeno - è la tesi della Fp - per rendere socialmente più accettabile lo stop alle stabilizzazioni, il cui percorso era stato avviato dal precedente governo». Sotto accusa lo stesso criterio «con il quale il questionario è stato formulato, laddove la richiesta riguardava le unità di personale che gli enti 'intendono stabilizzare e non il loro fabbisogno».
Brunetta: "La parola 'precario' mi fa venire l'orticaria"
(Adnkronos/Labitalia) - ''Li chiamerei lavoratori flessibili e non precari, perché la parola 'precario' mi fa venire l'orticaria''. Così il ministro della Pubblica Amministrazione e Innovazione, Renato Brunetta, a margine della presentazione al Cnel dei dati del monitoraggio sul lavoro flessibile nella P.a., ha criticato l'uso del termine 'precario'. ''La mitizzazione del precario -ha ribadito Brunetta- non mi piace. Io stesso ho fatto il precario tanti anni all'università e non amo certo questo periodo, ma fare del precario una 'classe', come fa certa letteratura o certa filmografia, non è certo giusto''.
Anzi, per il ministro le distorsioni non finiscono qui. ''Non c'è -ha affermato Brunetta- un'intera generazione precaria, ma esistono solo alcune sacche di persistenza nel precariato e bene ha fatto Damiano a mettere il vincolo dei tre anni. Ma -ha concluso- nella P.a. non vorrei che col sistema delle proroghe si possa andare avanti a vita''. E tuttavia per il ministro è bene sapere che ''nel pubblico impiego non può essere che o si entra a tempo indeterminato o non c'è spazio per il lavoro flessibile, perché, invece, di quest'ultimo c'è bisogno''.